SISTEMA DI GESTIONE INTEGRATO: UNA SFIDA CONTINUA CHE DÀ VALORE AGGIUNTO ALL’IMPRESA

Anna Pizzale, Responsabile Qualità alla MEP di Reana del Rojale, racconta un’esperienza avviata nel 2016 che ha creato in Azienda una mentalità e una metodica in grado di affrontare l’inedita situazione creata da Covid-19 e la «nuova» normalità che ci lascerà. «Un importante vantaggio per tutta l’organizzazione e per ogni reparto, perché ha consentito non solo di porre l’attenzione sulla conformità del prodotto, che è il focus principale di un Sistema di Gestione Integrato Qualità-Ambiente, ma sulla conformità dell’azienda a 360°, rispetto all’Ambiente, alla Sicurezza, al bene dell’impresa e di chi in essa lavora». Anna Pizzale sintetizza così il valore aggiunto del Sistema Integrato di Gestione di cui è responsabile dal 2016 in MEP, l’azienda Macchine Elettroniche Piegatrici SpA di Reana del Rojale. Quell’anno segna l’adozione del sistema da parte dell’impresa, in concomitanza con l’acquisizione delle certificazioni Iso 9001:2015 e Iso 3834-6:2006, riguardante i processi di saldatura. Nel febbraio 2019 al Sistema si è aggiunta la certificazione Sicurezza e Ambiente Iso 14001:2015 e ora MEP sta lavorando per ottenere la certificazione 45001:2018 incentrata sul rispetto di norme e procedure per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro. «È stato ed è un percorso sfidante, che in alcuni momenti ha prodotto anche frustrazione, ma che ha portato all’Azienda quel valore aggiunto che andava cercando», spiega Pizzale, dal 2007 alla MEP. Operare con un Sistema di Gestione Integrato ha poi contribuito a costruire in Azienda una mentalità e una modalità di operare che si è rivelata essenziale nell’epoca Covid. «Siamo allenati a un rigoroso rispetto delle procedure, alla disciplina e alla verifica della loro efficacia – sottolinea la Responsabile Qualità -. Inoltre, siamo continuamente protesi alla ricerca di soluzioni di fronte ai problemi che quotidianamente possono sorgere riguardo al Prodotto, all’Ambiente, alla Sicurezza». Tutti aspetti che, davanti al dilagare della pandemia e alla necessità di mettere in atto procedure preventive e cautelative, «hanno agevolato l’organizzazione. Ci siamo rimboccati le maniche e, cercando la creatività e la competenza che è propria di MEP, abbiamo collaborato tutti per un obiettivo unitario», prosegue la manager, che nel proprio lavoro vede riconosciuto l’apporto specificatamente femminile. Ora è il tempo della «nuova normalità», contrassegnata da diversi punti di incertezza. «Non ci spaventa», afferma però Pizzale, perché anche in questo caso a sostenere il percorso è l’allenamento «alla gestione dei processi, alla formazione, al confronto che avviene tra le diverse parti dell’azienda per un’analisi dei rischi e delle opportunità», conclude. Il video dell’intervista.

D’AGARO TRASPORTI ARCHIVIA IL BILANCIO 2019 CON UNA CRESCITA DEL 15% PER FATTURATO E OCCUPAZIONE.

Il primo semestre 2020 chiude con un recupero dell’attività dopo le flessioni di aprile e maggio. Ad agosto taglio del nastro della nuova sede da 2 milioni d’investimenti


Il presidente e amministratore Angelo D’Agaro: «Per il 2020 il sentiment è di una tenuta del bilancio rispetto all’anno scorso, con una eventuale flessione arginabile attorno al -5%. In epoca Covid-19 non abbiamo fatto ricorso alla cassa integrazione».

Archivia il bilancio 2019 con 5,5 milioni di fatturato, un incremento del 15% sull’anno precedente e altrettanto aumento dell’occupazione, passata da 40 a 48 unità. Anche l’utile è in aumento, arrivato a 100mila euro. È il documento contabile che approva in questi giorni la D’Agaro Traporti di Amaro, la cui attenzione è, però, già proiettata ai conti 2020: «Con la premessa che allo stato attuale si può solo parlare di sentiment e il grado di incertezza è elevatissimo – sottolinea il presidente e amministratore Angelo D’Agaro –, dato l’andamento di questo primo semestre potremmo chiudere l’anno in linea con il 2019 o con un -5% circa». Una performance importante, inquadrata nel contesto di assoluta eccezionalità generato dalla pandemia Covid-19.

«Il nostro primo trimestre 2020 stava generando un fatturato del +10% sull’anno precedente, poi è arrivato aprile, il mese più nero, con un calo del 30%. A maggio abbiamo risalito la china fermandoci a un -15% sullo stesso mese dell’anno precedente e a giugno siamo quasi tornati ai livelli dell’anno scorso – ricostruisce D’Agaro –La ripresa sta procedendo, ma lentamente e stiamo vivendo una situazione di incertezza mai affrontata prima», aggiunge l’imprenditore che guida un’azienda con 95 anni di storia. A «salvare» il business nei mesi di lockdown è stato soprattutto l’estero, con il mercato tedesco che richiedeva fornitura e con i camion che hanno potuto continuare ad operare. Contestualmente l’azienda non ha fatto ricorso alla cassa integrazione, gestendo il rallentamento con le ferie pregresse e continuando a essere attiva con i due terzi circa del personale.

L’estate 2020 per D’Agaro segnerà, inoltre, una tappa strategica, poiché ad agosto sarà inaugurata la nuovissima sede direzionale, che farà da porta d’ingresso al complesso industriale di Amaro. L’investimento è stato di 2 milioni e la pandemia ha solo rallentato di due mesi l’evento inaugurale.

«Confidiamo di trasferire gli uffici nel nuovo quartier generale entro agosto – conferma Angelo D’Agaro, alla guida dell’azienda insieme ai figli Stefano e Angela –. Subito dopo, inizieremo l’ampliamento esterno al capannone, con la creazione della nuova pensilina, di grande impatto simbolico oltre che tecnologico. Siamo ottimisti in questo senso: auspichiamo che i lavoratori del comparto edile non chiudano per ferie nell’agosto di questo anno».

D’Agaro «è un esempio emblematico del modello di sviluppo e attrattività promosso dal parco industriale – afferma il presidente del Carnia Industrial Park, Mario Gollino –. Nuove aziende manifatturiere insediate hanno generato ricadute positive sull’indotto, tra le quali il trasporto su gomma che l’azienda è stata in grado di intercettare. L’ampliamento è il frutto di un investimento aziendale importante, derivato, in parte e con grande lungimiranza, dall’utilizzo delle misure di agevolazione che sostengono le aziende insediate nei consorzi industriali».

VENICA&VENICA: «dal 27 giugno si ricomincia con le degustazioni e le visite in cantina su prenotazione. Serve però un’azione di sistema per riattirare i turismi in Friuli Venezia Giulia e in Italia»

Ornella Venica

La natura non si è fermata. Anzi, i suoi colori quest’anno sono straordinari, «i vigneti sono rigogliosi, bellissimi». Proprio per questo è ora di «tornare a gioire di questa bellezza e di tornare a condividere libertà e qualità della vita».

Venica&Venica di Dolegna del Collio quest’anno celebra un importante anniversario, i 90 anni di vitivinicoltura a presidiare un territorio di confine, il Collio, e Ornella Venica presenta con entusiasmo la riapertura della Cantina alle degustazioni, dopo lo stop imposto dal virus. Si ricomincia dal 27 giugno su prenotazione, un assaggio di una ripartenza completa a partire da luglio, anche con il Wine Resort.

Per un’azienda che ha la sua forza nei vini bianchi – l’85% della produzione – la perdita della stagione primaverile per il fermo del canale Horeca e la chiusura delle frontiere che non ha consentito l’arrivo degli ospiti stranieri nelle tradizionali feste di maggio e giugno è ormai un capitolo doloroso ma alle spalle, perché occorre guardare all’estate. L’altra stagione che invita a mescere un buon bianco. «Nelle ultime due settimane c’è un po’ più di movimento, i ristoranti stanno ripartendo e i confidiamo che con la riapertura dei confini i turisti d’oltre frontiera riprendano la via del Friuli”, afferma la vignaiola.

La ripresa non è facile, sui ristoratori pesano per esempio i mancati incassi e i tempi per i saldi delle fatture rischiano di essere più lunghi ma Venica&Venica sta guardando oltre ciò che è stato. Perciò è pronta a ridare a tutti il benvenuto pur con un’accoglienza rivisitata, per rispettare i protocolli anti-Covid e garantire all’ospite ogni sicurezza. «Cercheremo di confermare la degustazione come esperienza d’emozioni, nonostante la distanza sociale e le altre regole che oggi s’impongono», sottolinea Ornella, che agli ospiti continuerà a mettere in evidenza la biodiversità di cui le vigne di proprietà sono espressione e il trascorrere del tempo in una famiglia quasi centenaria, raccontato soffermandosi su alcuni particolari lungo il percorso in Cantina.

«In questo momento è fondamentale che tutti, aziende e istituzioni, facciano squadra per riaffermare la qualità e la sicurezza del nostro territorio e dei nostri prodotti – sottolinea l’imprenditrice. Dobbiamo fare sistema perché, soprattutto all’estero, si rendano conto che il Friuli Venezia Giulia e l’Italia sono belli, sicuri e con una grande attenzione all’ambiente». Un aspetto, quest’ultimo, particolarmente caro al turismo verde e ai giovani che, sempre di più «sono interessati a un vino buono da bere e bello da pensare».

BEANTECH E FAMECCANICA, IMPORTANTE AZIENDA CON SEDE A CHIETI: una partnership che porta il Friuli Venezia Giulia ad essere sempre più faro per la digital transformation

Fabiano Benedetti, CEO e presidente di BeanTech

A riassumere la visione di beanTech e l’apporto che l’azienda dà al processo di digitalizzazione delle imprese e del tessuto manifatturiero è stato il CEO e presidente, Fabiano Benedetti. «Oggi il dato è al centro del successo, chi sa interpretare queste informazioni è sempre un passo in avanti rispetto alla concorrenza – ha affermato. E più che di mero Internet of Things, abbiamo voluto raccontare la nostra visione a trecentosessanta gradi, un’esperienza maturata nel settore manifatturiero, l’insieme di più fattori che definiamo Intelligence of Things. Un mix di dati, IoT, Analytics e Intelligenza Artificiale, che riassume nel modo più chiaro possibile cosa facciamo per supportare le aziende lungo il percorso di trasformazione digitale. L’obiettivo del nostro webinar – ha concluso – era quello di rispondere alle diverse domande che le aziende manifatturiere si pongono, compresa la più ricorrente: quali sono i vantaggi che le soluzioni IoT possono apportare al mio business?»

Paola Olivieri, di Fameccanica.Data S.p.A., afferma: «In Fameccanica cerchiamo di comprendere in anticipo i desiderata dei clienti. Perciò abbiamo deciso di sviluppare con beanTech una serie di soluzioni a forte vocazione IoT. L’obiettivo è fornire ai nostri partner un servizio su misura, raccogliendo quanti più dati possibili e valorizzandoli al meglio. Nella scelta di un partner per lo sviluppo del progetto, la decisione è ricaduta su beanTech, forte della sua esperienza in ambito manufacturing. I progetti realizzati in collaborazione con beanTech hanno lo sguardo rivolto a ciò che verrà, con le radici ben piantate nel presente. La loro struttura e flessibilità ci permettono di modificare e migliorare continuamente il prodotto.»

Tra le innovazioni presentate da beanTech: Brainkin, la piattaforma unica per la gestione del ciclo produttivo. «Per noi era fondamentale dare concretezza, far capire alle aziende che questo tipo di soluzioni esistono davvero e portano beneficio misurabile al business. Brainkin è la nostra piattaforma di intelligenza collettiva d’impianto – afferma Riccardo Zamana, Industrial IoT Business Unit Manager beanTech. C’è la maturità, in termini tecnologici e di competenze, per applicare intelligenza agli impianti, ottimizzare i processi produttivi e dare risposta a tutte le esigenze del mercato.»

MARIA GIOVANNA ELMI AL TEMPO DEL LOCKDOWN E OLTRE «Ce la faremo a togliere la corona a questo virus».

Intervista di Antonella Lanfrit

È sempre una piacevole conferma, non si smentisce mai! Così, se non risponde allo squillo all’ora stabilita non è perché si è dimenticata dell’appuntamento: «Ero in giardino a trapiantare i fiori, che quest’anno hanno colori splendidi. O, forse, stando molto di più in giardino è come se li vedessi per la prima volta, insieme al meraviglioso verde mela dell’erba che li circonda». 

Sono le pennellate di colori e di emozioni con le quali Maria Giovanna Elmi si avvia in autonomia e con speditezza nel bel mezzo dei temi di conversazione: la sua vita al tempo del lockdown, i pensieri, le strategie per costruire efficacemente la Fase 2. 

Su un punto si fa subito chiarezza: confinamento per lei non è certo significato apatia o tedio perché, ricorda, «non amo perdere tempo». E non è solo per la cura che ha dedicato al giardino. Addirittura si è inventata l’happy hour delle 19: «Non abbiamo mai mancato un giorno», confida, pensando al brindisi che ogni sera fa con il marito Gabriele per far sapere «al virus che qui non è ben accolto». Nel frattempo si è attrezzata per la battaglia: «I primi giorni non si trovano mascherine e così le ho realizzate io, perché è facilissimo: ho preso delle traverse nuove che avevo, lo ho piegate ad organetto, ho messo due elastici e li ho pinzati e la mascherina è stata subito pronta». Durante le prime settimane di epidemia ad essere quasi introvabile era anche l’igienizzante. Rassegnarsi alla mancanza? Neppure per idea. «Sul sito dell’Oms c’erano tutte le istruzioni per poterlo realizzare in autonomia – spiega -. A Tarvisio non ho trovato solo una materia prima tra quelle necessarie, ma fortunatamente la vendono in Austria, che per noi è a due passi». Risultato? «Ho fatto un bottiglione di prodotto». 

Un attivismo accompagnato da pensieri positivi, perché «la condizione generata da questo virus un regalo ce l’abbia fatto, aprendoci al valore del tempo. Che è tutto, è la vita». La salute, la bellezza «dell’urlo della Primavera», le relazioni finalmente riprese e coltivate sono diventate così materia di riflessione rigenerante, insieme all’impegno in cucina: «Non sono una chef, ma con me mio marito ha guadagnato una linea fantastica», considera. E poi c’è il frico, che «amo molto: è buonissimo e l’unica fatica per un risultato perfetto è l’olio di gomito necessario per girarlo senza che ti cada a terra». 

Avrebbe dovuto essere in Alaska nel periodo che il Covid-19 l’ha tenuta a Tarvisio, ma non se ne fa assolutamente un cruccio. L’unico dispiacere per «una abbracciosa e coccolosa come me» è dover mantenere le distanze dalle persone. «Mi manca l’abbraccio», rivela. Forse anche per questo continua a mantener fede al brindisi serale, convinta che «ce la faremo a togliere la corona a questo virus!». 

SODALIZIO FRA CONSORZIO SAN DANIELE E CIVIBANK, IN AIUTO A PICCOLI PRODUTTORI

Consorzio del Prosciutto di San Daniele e CiviBank supportano i piccoli produttori

Nell’attuale contesto di emergenza sanitaria sono stati predisposto degli interventi finanziari a sostegno del fabbisogno di liquidità dei produttori soci del Consorzio con produzione annua fino a 35.000 prosciutti.

Nella situazione di crisi economica provocata dall’emergenza Covid-19, il Consorzio del Prosciutto di San Daniele e la CiviBank, in collaborazione con la Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, hanno predisposto degli strumenti finanziari a sostegno dei produttori consorziati con una produzione annua fino a 35.000 prosciutti. Gli interventi di liquidità si inseriscono nell’ambito delle misure straordinarie realizzate a livello europeo, nazionale e regionale. Il Consorzio del Prosciutto di San Daniele ha individuato le imprese beneficiarie secondo il criterio oggettivo del Potenziale Produttivo Autocertificato.

Le forme di intervento finanziario straordinarie individuate sono:

  • –  Finanziamento agevolato LR FVG 80/1982 per anticipazione del valore commerciale di prodotti agricoli con garanzia pegno rotativo su prosciutti a sostegno del fabbisogno di liquidità e capitale circolante di breve durata;
  • –  Finanziamento agevolato di nuova liquidità a sostegno del fabbisogno di capitale circolante con garanzia pubblica del Fondo Centrale rischi della durata di 60 mesi.Il primo strumento rientra tra le attività di sostegno al credito con garanzia pegno merce, così come avviene dal 2010. La collaborazione tra il Consorzio del Prosciutto di San Daniele e la CiviBank ha permesso a tutti i consorziati di poter accedere ai fondi, secondo la legge 401/85 “Norme sulla costituzione del pegno sui prosciutti adenominazione di origine tutelata”. Allo stato attuale, l’agevolazione riguardante il particolare momento storico prevede l’annullamento del tasso di interesse rispetto a tale finanziamento.La seconda tipologia di finanziamento messo a disposizione dei produttori con produzione annua fino a 35.000 prosciutti è invece orientata su un periodo di cinque
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anni, a sostegno del fabbisogno di capitale circolante dove, in questo caso, la garanzia non è concessa con pegno merce ma viene rilasciata dal Fondo Centrale di Garanzia (nella misura del 90%) a costo zero.

Per il Direttore del Consorzio, Mario Cichetti “Gli strumenti finanziari messi a disposizione dalla CiviBank in seguito alle possibilità disposte dalla Regione Friuli- Venezia Giulia, sono stati coordinati dal Consorzio del Prosciutto di San Daniele e permetteranno ai produttori con produzione annua fino a 35.000 prosciutti di affrontare con maggiore serenità questo particolare momento storico. La CiviBank, istituto di credito al fianco del comparto del San Daniele da oltre dieci anni, ha confermato nuovamente la sua disponibilità a trovare soluzioni di pronta liquidità per i produttori in un contesto delicato come quello attuale.”

Un sentimento condiviso dalla Presidente di CiviBank, Michela Del Piero, chesottolinea la linea di continuità che unisce la Banca e il Consorzio: “CiviBank ha dasempre tra i propri valori il sostegno al territorio, con un’attenzione particolare pertutte le eccellenze che caratterizzano il Friuli-Venezia Giulia. Sostenere i piccoli produttori che fanno della nostra Regione un vanto a livello enogastronomico è pernoi fondamentale. L’abbiamo sempre fatto in passato, e in questa situazione di crisi – tutti ci auguriamo temporanea – vogliamo ancor di più stare al fianco delConsorzio”.

IMPRENDITORI SOLI IN UN SISTEMA CHE TRATTA LE IMPRESE COME UN NEMICO. APPELLO ALLA RESPONSABILITÀ

Anna Mareschi Danieli

Che cosa è per lei la felicità? Direi tante cose insieme. Parte dalla salute delle persone a cui voglio bene, insieme alla tensione verso un obbiettivo ambizioso.  

Quando, a suo avviso, un imprenditore deve sentirsi soddisfatto della sua impresa? Se diamo per assunto che essere soddisfatti non significa accontentarsi allora ci sono molti momenti di soddisfazione, che comunque non pareggiano quelli di preoccupazione. Forse il più importante è il vedere una squadra solida, che lavora per uno stesso obiettivo e che raggiunge i risultati.  

Quando più si è sentita realizzata nella sua vita? Ci sono stati momenti nei quali mi sono sentita orgogliosa di determinati traguardi. Comunque quando un obiettivo viene raggiunto è già stato scalzato da un po’ da un altro ancor più ambizioso. Quindi nel momento in cui è soddisfatto non è più un traguardo, ma un semplicemente obiettivo intermedio prodromico al raggiungimento del prossimo. Inoltre, ritengo che a noi donne non è concesso il lusso di sentirci realizzate. Viviamo in un costante senso di colpa, che a volte ci auto creiamo e a volte è indotto dalla società. Se siamo al lavoro, non siamo a casa con i figli, se siamo a casa con i figli non riusciamo a sentirci realizzate professionalmente. La realizzazione per noi è un concetto contingente, come un sorriso di felicità di un figlio, un messaggio di stima di un collaboratore, un risultato raggiunto, ma non assumerà mai una concezione esistenziale. Noi siamo state programmate per questo. 

Quali sono secondo lei le doti necessarie per fare impresa? Spirito di sacrificio prima di tutto. Da questo ne derivano molti altri come la conoscenza, l’esperienza, la responsabilità, la capacità di circondarsi di persone di qualità, che condividono stessi valori e metodi, curiosità, coraggio… Per fare impresa in Italia, però, tutto questo non basta. Qui bisogna anche essere resilienti e un po’ folli. Dobbiamo competere con i concorrenti esteri essendo gravati in partenza da un pesante deficit competitivo costituito dalle croniche inefficienze del nostro sistema Paese. E penalizzati pure da una politica nazionale che, invece di sostenerci come accade altrove, ci ostacola. Se prima dell’epidemia di Covid-19 avevamo di fronte uno Stato anti-impresa, oggi il sistema delle imprese viene trattato come un nemico da combattere. Nella migliore delle ipotesi, ed è comunque molto grave, chi ci governa non sa cosa significa fare impresa e dunque non è assolutamente in grado di sostenere il mondo produttivo, che è l’autentica spina dorsale del nostro Paese. Nella peggiore invece c’è una visione ben definita, che porta ad eliminare il confronto con quella parte di Paese che sa di cosa parla, competente, combattiva.

Quali riflessioni, da un punto di vista professionale, ha scatenato in lei questo periodo di chiusura, in seguito al Covid19? Potrei rispondere parlando di temi come smart working, filiere che si accorciano, reshoring, trasformazione digitale, sostenibilità e via dicendo. Tutto vero, tutto interessante e sicuramente indispensabile per affrontare il futuro che ci attende. Ma affronto il ragionamento da un altro punto di vista. Sento esperti ed intellettuali sostenere a destra e a manca che da tutto questo dobbiamo imparare una lezione.

Ma quale lezione? Qui purtroppo non si sta imparando nulla. I problemi del nostro Paese sono tanti, tantissimi e sono tutti ancora li. Nessuno che pensa di occuparsene davvero. Mi riferisco a burocrazia, incertezza del diritto, gap infrastrutturale, sistema formativo inadeguato e obsoleto, digitalizzazione pressoché assente, cuneo fiscale sovraumano…. Ci sono stati mesi nei quali abbiamo diligentemente, come è giusto, rispettato le direttive governative (deparlamentarizzate) nell’attesa di una strategia globale, sperando in una seria strategia di ripartenza. Abbiamo assistito a una vera e propria spettacolarizzazione della pandemia, decisamente funzionale al controllo sociale e, temo, al protagonismo di certi personaggi. Siamo sommersi dalle fake news, che spesso vengono usate anche da chi oggi fa parte della squadra di governo per demolire i propri avversari, senza minimamente preoccuparsi dei danni che questo provoca. Non giudico, ma questa è la verità dei fatti e la riporto. La democrazia presuppone che si decida tenendo conto della complessità della società. Non è stato così. Ha prevalso una visione tecnocratico-sanitaria, che poi però non è stata sintetizzata in una visione d’insieme per il nostro Paese. In questa vicenda abbiamo rinunciato e stiamo tutt’ora rinunciando a pezzi di democrazia, senza averne in cambio – lo dico provocatoriamente – l’efficienza dei regimi autoritari. In questo scenario, le imprese hanno combattuto prima per rimanere aperte, poi per riaprire in sicurezza e ora per riuscire a rimanere aperte, dopo che il Governo le ha autorizzate a farlo. Ma ormai non è più un nulla osta del Governo a salvarci. Solo e soltanto il mercato ci dirà che ne sarà di noi. La verità è che gli imprenditori, ancora una volta, si sono sentiti e si sentono soli. Mi rendo conto che governare questa situazione è davvero difficile, ma dobbiamo pretendere che chi ci governa sia in grado di farlo. E se non riescono ad aiutarci davvero (cosa piuttosto triste, perché le imprese sono l’unico motore che ha trainato questo Paese nell’ultimo decennio), almeno non ci mettano i bastoni tra le ruote con leggi mal scritte, che ci colpevolizzano a priori sulla sicurezza dei nostri collaboratori, una burocrazia che invece di arretrare cresce, un presunto sostegno economico che finora è solo debito per le imprese, provvedimenti di puro stampo assistenziale che dovranno pagare le future generazioni e nulla di nulla sul fronte degli investimenti. L’amara verità è che non c’è la volontà di un moderno sviluppo industriale nazionale, che renderebbe competitive le nostre imprese. Perché no, questa non è una priorità. La priorità è imporre la presenza di un rappresentante dello Stato nei consigli di amministrazione delle aziende che vengono aiutate. Io, qualche mese fa, insieme ad un folto gruppo di imprenditori udinesi, proprio per il non riuscire ad accettare di vedere la nave affondare senza fare nulla, lanciai una grande provocazione proponendo Mario Draghi alla guida del nostro Paese. Mi rendo conto della provocazione lanciata, ma l’intento non era politico, bensì aveva l’obiettivo di esprimere un senso diffuso di malessere e di disagio, insieme a effettive preoccupazioni per il futuro della nostra economia e delle nostre imprese. Quindi, al di là del richiamo alla persona di Draghi (che fondamentalmente incarna un’alternativa competente all’insufficienza della classe politica attuale senza distinzioni di colore), il senso della petizione era quello di rappresentare un ammonimento unito ad una esortazione a fare, a decidere, ad assumersi la responsabilità. Non è stato chiesto un cambio di maggioranza, bensì un esecutivo di unità nazionale, che come ci ha palesemente dimostrato il presidente Conte, in uno dei suoi interventi notturni, non esiste. La strumentalizzazione era ovvia e attesa, ce l’aspettavamo. Sono d’accordo sulla critica che è stata avanzata di mancanza di delicatezza, che purtroppo mi rendo conto mi appartiene, ma poi, come tipico dei giorni nostri, si è fatto di tutto per distogliere il focus dai contenuti per zoommare su un comportamento da criticare (la provocazione in sé). Quello che voglio dire è: dobbiamo avere il coraggio di dire basta a questo metodo, dobbiamo avere l’orgoglio di non farci trattare come dei poveri sciocchi. Ritengo che chi fa politica, ma anche più in generale chi si assumere l’onere e l’onore di rappresentare qualcuno e viene quindi chiamato a decidere per lui, deve esporsi di persona, prendendo delle decisioni, scegliendo come procedere sì in base ai pareri dei tecnici e degli esperti, ma facendo successivamente sintesi e definendo tempi e metodi. A volte mi pare di espormi di più io, in questo ruolo di nicchia e di provincia, che ha il solo compito di difendere gli interessi di una categoria nell’interesse del nostro Paese, piuttosto che tanti altri che hanno ruoli di fondamentale importanza. Lei potrebbe dire: è proprio questo il motivo per cui lei può esporsi, e ha ragione, però davanti a fatti inaccettabili che ci fanno soccombere, cara Italia vediamo di alzare la testa e dire che non ci va bene. Si dice che anche i conigli davanti al serpente combattono per la vita con una forza anormale, ma io sinceramente penso che o gli italiani non vedono il serpente, e a quel punto è un problema di vista, oppure davvero non si rendono conto della deriva che il nostro Paese sta prendendo sotto l’attenta manovra di chi, attenzione, una direzione ce l’ha ma che è ben distante da quella attesa dai cittadini. E questa direzione a me pare tanto essere il graduale risucchio di democrazia (al grido della difesa della sicurezza e della salute) senza portare efficienza!  

Che cosa è per lei il successo? Non lo so, davvero. L’unica cosa che mi viene in mente pensando al successo è quando tutti applaudono sorridendo.

 Confindustria in che modo, a suo avviso, è rappresentativa – a livello di valori – del mondo industriale? A quali valori fa appello? L’impresa è una formidabile leva di sviluppo e per questo è un patrimonio di tutti, di coloro che vi lavorano, del territorio in cui opera e del Paese tutto. Impegno, merito, creatività, capacità, esperienza e voglia di fare: ditemi se questo non è un patrimonio da valorizzare. Confindustria vuole rappresentare tutto ciò: l’universo della produzione italiana che, fortunatamente, è composito ed eterogeneo. Il nostro compito, non sempre facile, ma per questo importantissimo, è quello di realizzare una sintesi efficace dei legittimi interessi di ciascuno, ma capace al contempo di far evolvere complessivamente il sistema. Sappiamo che negli ultimi anni è in atto un forte tentativo di cancellazione dei corpi intermedi e delle categorie di rappresentanza. Questo perché si vuole andare dritti da chi il consenso poi lo deve esercitare e che troppo spesso non ha gli strumenti per poter prendere una decisione razionale e proprio per questo viene tirato in gioco. Noi dobbiamo assicurare un senso di solida identità ai nostri associati, garantire un’efficace rappresentanza a tutti i livelli e in tutte le sedi alle aziende ed erogare servizi efficienti, in grado di promuoverne la crescita. La nostra identità associativa si fonda sul libero mercato e sulla centralità della imprenditorialità e dell’impresa. Tre elementi che, attraverso corretti ed equilibrati meccanismi competitivi, garantiscono innovazione, lavoro, creazione diffusa di valore e determinano le premesse per restituire valore all’intera società. Sembra scontato e dovrebbe esserlo, ma siamo in Italia e qui nulla di tutto questo è scontato. Dove non esistono etica e trasparenza non c’è possibilità di sviluppo per una sana attività economica e una libera e consapevole società civile. Per questo Confindustria orienta la propria azione, sia nei rapporti associativi, sia nei confronti degli stakeholder, secondo comportamenti improntati all’etica e alla trasparenza. Direi che la parola chiave, in tutti i contesti, è responsabilità. Responsabilità per le decisioni assunte, per le attività intraprese e per gli impatti generati: sono questi i valori nei quali ci riconosciamo.

POST COVID-19: IL CONSORZIO DEL PROSCIUTTO DI SAN DANIELE SOSTIENE IL TERRITORIO

Numerose iniziative avviate dal comparto del Consorzio del Prosciutto di San Daniele a sostegno degli ospedali locali, famiglie e studenti.

Il Consorzio del Prosciutto di San Daniele ha avviato numerose iniziative a sostegno del territorio nella delicata fase post Covid-19. L’obiettivo del comparto è di assistere e sostenere gli ospedali, le istituzioni locali e le famiglie colpite dall’emergenza sanitaria.
Tra i progetti avviati, il Consorzio ha deciso di donare alcuni dispositivi medici agli ospedali di San Daniele del Friuli e di Udine.
Lo scorso 4 giugno, presso l’ospedale di San Daniele del Friuli, è stato presentato lo strumento donato al reparto di pronto soccorso. Si tratta di un ecografo che sarà utilizzato a supporto della diagnostica preliminare.
Questo strumento consentirà di approfondire in maniera rapida eventuali rispondenze al Covid-19 e trattare il paziente seguendo l’iter medico stabilito. Una risorsa utile per l’ospedale da poter impiegare nella fase 2, ma anche per arricchire la competenza diagnostica della struttura così da affrontare tutte le emergenze sanitarie.
Oltre alla consegna dello strumento per l’ospedale di San Daniele, sono stati donati al reparto di Terapia Intensiva dell’azienda Santa Maria della Misericordia di Udine due speciali dispositivi a supporto alle attività del personale medico. Questi strumenti sono stati utili all’assistenza dei pazienti ricoverati nei reparti Covid.
Le iniziative solidali messe in atto dal Consorzio del Prosciutto di San Daniele non riguardano solamente l’ambito medico, ma anche quello educativo. In considerazione della chiusura delle scuole, il locale comparto scolastico ha ravvisato sin da subito la necessità di fornire idonei strumenti per rendere possibile la didattica a distanza. Il Consorzio ha compartecipato all’acquisto di venti tablet da fornire in comodato agli studenti dell’istituto comprensivo di San Daniele del Friuli, sprovvisti di idonea strumentazione.
Infine, a sostegno delle famiglie particolarmente colpite dalla crisi legata al Covid-19, il Consorzio ha donato duemila vaschette di Prosciutto di San Daniele DOP.
Una parte del prodotto è stata donata alle famiglie assegnatarie dei buoni spesa comunali, mentre la restante parte è stata distribuita alle famiglie indigenti attraverso il canale delle associazioni onlus locali.
Il Consorzio ha scelto di supportare le realtà locali, relazionandosi con il territorio e con i cittadini in un momento di grande difficoltà.
Per il Presidente del Consorzio del Prosciutto di San Daniele, dott. Giuseppe Villani “Il comparto è molto orgoglioso di aver partecipato al supporto del territorio, sia con le donazioni agli ospedali locali sia con il supporto alle famiglie e alla didattica testimoniando, anche in questo frangente, l’autentica e tangibile vicinanza dei produttori di San Daniele al territorio. Il Consorzio è completamente inserito in questo territorio e con la produzione del San Daniele esercita una funzione economica importante per l’intera regione. Siamo orgogliosi di aiutare il servizio sanitario e i cittadini in uno dei momenti più difficili.”

MEP: la sfida al Sistema Integrato di gestione Salute-Ambiente posta dal Covid-19

La Salute e la Sicurezza sul lavoro sono perseguite tramite una cultura della prevenzione che si crea, innanzitutto, con la formazione e l’informazione. I Lavoratori non sono solamente i soggetti tutelati ma anche attori attivi: consapevoli delle condizioni del proprio ambiente di lavoro, dell’utilizzo dei dispositivi di sicurezza e partecipanti alla valutazione dei rischi e nella prevenzione. Il manifatturiero di qualità è inoltre sempre più green. MEP è impegnata ad accrescere l’economia circolare, con il riutilizzo e il recupero degli scarti prodotti, e a rispettare la salute dei propri Lavoratori e dell’Ambiente attraverso l’utilizzo di prodotti a basso o nullo impatto. L’attenzione alla sicurezza e al benessere delle Persone e dell’Ambiente è stato, inoltre, la guida fondamentale nell’affrontare le regole necessarie per limitare la diffusione di Covid-19. Applicato con rigore e razionalità il Protocollo Sanitario di comportamento, varato a livello nazionale il 14 marzo 2020 e successivamente integrato il 24 aprile, MEP è stata promossa a pieni voti dagli ispettori dell’Azienda Sanitaria di riferimento nel corso di una visita non pianificata avvenuta l’8 maggio, per verificare l’applicazione delle disposizioni e delle norme di comportamento anti Covid a tutela dei Lavoratori. 

Responsabile della sicurezza sul Lavoro, della sicurezza ambientale e della Sostenibilità è Claudio Miconi, HSE manager del Gruppo. 

«Abbiamo cercato di ridurre quasi a zero tutti gli impatti ambientali connessi al nostro ciclo produttivo – conferma -. Tra gli esempi possibili, per il processo di verniciatura siamo passati dall’uso di vernici con solvente a vernici ad acqua; abbiamo attuato una differenziazione spinta dei rifiuti prodotti, in modo da poterli riutilizzare o riciclare in una percentuale crescente e rafforzare così l’economia circolare». 

In MEP la sicurezza «è un valore inalienabile, come recita la nostra Costituzione. Ne consegue che per l’azienda è fondamentale tutelare la salute delle Maestranze che, quando entrano nell’ambiente di lavoro devono sentirsi sicure, serene, certe di operare in un ambiente sano. «La metà dei nostri dipendenti – prosegue Miconi – lavora in ambienti produttivi dove, inevitabilmente, sono presenti, sebbene marginalmente, dei rischi. Abbiamo però messo in atto ogni azione per ridurli e, se possibile, eliminarli». 

MEP crede fermamente che la Sicurezza e la Sostenibilità della propria filiera produttiva non può attuarsi completamente senza il coinvolgimento attivo e consapevole dei propri Lavoratori. Per questo, attraverso la MEP Business School, con pubblicazioni e progetti specifici, vengono promosse attività di sensibilizzazione, educazione, formazione, addestramento alla gestione olistica del sistema Sicurezza-Ambiente sia nella quotidianità professionale che in quella personale di tutti i propri collaboratori.

TOSOLINI APPROVA BILANCIO 2019: RICAVI A 11 MILIONI, FIDUCIA NEL FUTURO

Le Distillerie Tosolini di Povoletto (Ud) approvano il Bilancio 2019 con ricavi oltre gli 11 milioni e guardano «fiduciosi» al 2020, con 40 addetti all’attivo. Le conseguenze generate dall’epidemia da Coronavirus sono ben presenti, tanto da aver « mutato le prospettive di breve termine», afferma il presidente Giovanni Tosolini. Tuttavia, «si spera dovrebbe trattarsi di una deviazione transitoria» continua. Il Bilancio 2019 ha fatto segnare inoltre un margine operativo lordo in crescita del 14,68% rispetto all’anno precedente. Cresce anche l’utile dell’8 per cento. L’azienda, fin dai suoi esordi, si è distinta per innovazione ed originalità perseguendo l’obiettivo di fornire il miglior prodotto sul mercato. Tosolini è diventata leader nel campo dei distillati e degli infusi naturali per pasticceria. Da quasi un secolo l’azienda si impegna a produrre seguendo i ritmi della raccolta dell’uva, con piccole produzioni dei suoi alambicchi tradizionali a vapore, per preservare – infatti – i profumi della natura e soddisfare i palati dei consumatori più esigenti che ricercano sapori e gusti antichi ed originali, oggi sempre più difficili da trovare. La missione continua ad essere quella di espandere sistematicamente la gamma dei propri prodotti e servizi e di continuare a crescere come fornitore qualificato, a fronte di un probabile aumento della competitività generale. Le storiche distillerie intendono proseguire «nell’espansione sistematica della gamma dei propri prodotti e servizi e continuare a crescere come fornitore qualificato», sottolinea Tosolini. Gli obiettivi di sviluppo sono accompagnati da costanti investimenti, come evidenziano i 173mila e 500 euro investiti in impianti e macchinari, nel corso dell’anno passato. Per il 2020 le previsioni rimangono «bilanciate in termini di rischi e opportunità e, nonostante le incertezze generate da Covid 19 non permettono di esprimere ipotesi realistiche al conseguimento di risultati positivi nel 2020, si rimane fiduciosi», conferma comunque il presidente Tosolini.