IMPRENDITORI SOLI IN UN SISTEMA CHE TRATTA LE IMPRESE COME UN NEMICO. APPELLO ALLA RESPONSABILITÀ

Anna Mareschi Danieli

Che cosa è per lei la felicità? Direi tante cose insieme. Parte dalla salute delle persone a cui voglio bene, insieme alla tensione verso un obbiettivo ambizioso.  

Quando, a suo avviso, un imprenditore deve sentirsi soddisfatto della sua impresa? Se diamo per assunto che essere soddisfatti non significa accontentarsi allora ci sono molti momenti di soddisfazione, che comunque non pareggiano quelli di preoccupazione. Forse il più importante è il vedere una squadra solida, che lavora per uno stesso obiettivo e che raggiunge i risultati.  

Quando più si è sentita realizzata nella sua vita? Ci sono stati momenti nei quali mi sono sentita orgogliosa di determinati traguardi. Comunque quando un obiettivo viene raggiunto è già stato scalzato da un po’ da un altro ancor più ambizioso. Quindi nel momento in cui è soddisfatto non è più un traguardo, ma un semplicemente obiettivo intermedio prodromico al raggiungimento del prossimo. Inoltre, ritengo che a noi donne non è concesso il lusso di sentirci realizzate. Viviamo in un costante senso di colpa, che a volte ci auto creiamo e a volte è indotto dalla società. Se siamo al lavoro, non siamo a casa con i figli, se siamo a casa con i figli non riusciamo a sentirci realizzate professionalmente. La realizzazione per noi è un concetto contingente, come un sorriso di felicità di un figlio, un messaggio di stima di un collaboratore, un risultato raggiunto, ma non assumerà mai una concezione esistenziale. Noi siamo state programmate per questo. 

Quali sono secondo lei le doti necessarie per fare impresa? Spirito di sacrificio prima di tutto. Da questo ne derivano molti altri come la conoscenza, l’esperienza, la responsabilità, la capacità di circondarsi di persone di qualità, che condividono stessi valori e metodi, curiosità, coraggio… Per fare impresa in Italia, però, tutto questo non basta. Qui bisogna anche essere resilienti e un po’ folli. Dobbiamo competere con i concorrenti esteri essendo gravati in partenza da un pesante deficit competitivo costituito dalle croniche inefficienze del nostro sistema Paese. E penalizzati pure da una politica nazionale che, invece di sostenerci come accade altrove, ci ostacola. Se prima dell’epidemia di Covid-19 avevamo di fronte uno Stato anti-impresa, oggi il sistema delle imprese viene trattato come un nemico da combattere. Nella migliore delle ipotesi, ed è comunque molto grave, chi ci governa non sa cosa significa fare impresa e dunque non è assolutamente in grado di sostenere il mondo produttivo, che è l’autentica spina dorsale del nostro Paese. Nella peggiore invece c’è una visione ben definita, che porta ad eliminare il confronto con quella parte di Paese che sa di cosa parla, competente, combattiva.

Quali riflessioni, da un punto di vista professionale, ha scatenato in lei questo periodo di chiusura, in seguito al Covid19? Potrei rispondere parlando di temi come smart working, filiere che si accorciano, reshoring, trasformazione digitale, sostenibilità e via dicendo. Tutto vero, tutto interessante e sicuramente indispensabile per affrontare il futuro che ci attende. Ma affronto il ragionamento da un altro punto di vista. Sento esperti ed intellettuali sostenere a destra e a manca che da tutto questo dobbiamo imparare una lezione.

Ma quale lezione? Qui purtroppo non si sta imparando nulla. I problemi del nostro Paese sono tanti, tantissimi e sono tutti ancora li. Nessuno che pensa di occuparsene davvero. Mi riferisco a burocrazia, incertezza del diritto, gap infrastrutturale, sistema formativo inadeguato e obsoleto, digitalizzazione pressoché assente, cuneo fiscale sovraumano…. Ci sono stati mesi nei quali abbiamo diligentemente, come è giusto, rispettato le direttive governative (deparlamentarizzate) nell’attesa di una strategia globale, sperando in una seria strategia di ripartenza. Abbiamo assistito a una vera e propria spettacolarizzazione della pandemia, decisamente funzionale al controllo sociale e, temo, al protagonismo di certi personaggi. Siamo sommersi dalle fake news, che spesso vengono usate anche da chi oggi fa parte della squadra di governo per demolire i propri avversari, senza minimamente preoccuparsi dei danni che questo provoca. Non giudico, ma questa è la verità dei fatti e la riporto. La democrazia presuppone che si decida tenendo conto della complessità della società. Non è stato così. Ha prevalso una visione tecnocratico-sanitaria, che poi però non è stata sintetizzata in una visione d’insieme per il nostro Paese. In questa vicenda abbiamo rinunciato e stiamo tutt’ora rinunciando a pezzi di democrazia, senza averne in cambio – lo dico provocatoriamente – l’efficienza dei regimi autoritari. In questo scenario, le imprese hanno combattuto prima per rimanere aperte, poi per riaprire in sicurezza e ora per riuscire a rimanere aperte, dopo che il Governo le ha autorizzate a farlo. Ma ormai non è più un nulla osta del Governo a salvarci. Solo e soltanto il mercato ci dirà che ne sarà di noi. La verità è che gli imprenditori, ancora una volta, si sono sentiti e si sentono soli. Mi rendo conto che governare questa situazione è davvero difficile, ma dobbiamo pretendere che chi ci governa sia in grado di farlo. E se non riescono ad aiutarci davvero (cosa piuttosto triste, perché le imprese sono l’unico motore che ha trainato questo Paese nell’ultimo decennio), almeno non ci mettano i bastoni tra le ruote con leggi mal scritte, che ci colpevolizzano a priori sulla sicurezza dei nostri collaboratori, una burocrazia che invece di arretrare cresce, un presunto sostegno economico che finora è solo debito per le imprese, provvedimenti di puro stampo assistenziale che dovranno pagare le future generazioni e nulla di nulla sul fronte degli investimenti. L’amara verità è che non c’è la volontà di un moderno sviluppo industriale nazionale, che renderebbe competitive le nostre imprese. Perché no, questa non è una priorità. La priorità è imporre la presenza di un rappresentante dello Stato nei consigli di amministrazione delle aziende che vengono aiutate. Io, qualche mese fa, insieme ad un folto gruppo di imprenditori udinesi, proprio per il non riuscire ad accettare di vedere la nave affondare senza fare nulla, lanciai una grande provocazione proponendo Mario Draghi alla guida del nostro Paese. Mi rendo conto della provocazione lanciata, ma l’intento non era politico, bensì aveva l’obiettivo di esprimere un senso diffuso di malessere e di disagio, insieme a effettive preoccupazioni per il futuro della nostra economia e delle nostre imprese. Quindi, al di là del richiamo alla persona di Draghi (che fondamentalmente incarna un’alternativa competente all’insufficienza della classe politica attuale senza distinzioni di colore), il senso della petizione era quello di rappresentare un ammonimento unito ad una esortazione a fare, a decidere, ad assumersi la responsabilità. Non è stato chiesto un cambio di maggioranza, bensì un esecutivo di unità nazionale, che come ci ha palesemente dimostrato il presidente Conte, in uno dei suoi interventi notturni, non esiste. La strumentalizzazione era ovvia e attesa, ce l’aspettavamo. Sono d’accordo sulla critica che è stata avanzata di mancanza di delicatezza, che purtroppo mi rendo conto mi appartiene, ma poi, come tipico dei giorni nostri, si è fatto di tutto per distogliere il focus dai contenuti per zoommare su un comportamento da criticare (la provocazione in sé). Quello che voglio dire è: dobbiamo avere il coraggio di dire basta a questo metodo, dobbiamo avere l’orgoglio di non farci trattare come dei poveri sciocchi. Ritengo che chi fa politica, ma anche più in generale chi si assumere l’onere e l’onore di rappresentare qualcuno e viene quindi chiamato a decidere per lui, deve esporsi di persona, prendendo delle decisioni, scegliendo come procedere sì in base ai pareri dei tecnici e degli esperti, ma facendo successivamente sintesi e definendo tempi e metodi. A volte mi pare di espormi di più io, in questo ruolo di nicchia e di provincia, che ha il solo compito di difendere gli interessi di una categoria nell’interesse del nostro Paese, piuttosto che tanti altri che hanno ruoli di fondamentale importanza. Lei potrebbe dire: è proprio questo il motivo per cui lei può esporsi, e ha ragione, però davanti a fatti inaccettabili che ci fanno soccombere, cara Italia vediamo di alzare la testa e dire che non ci va bene. Si dice che anche i conigli davanti al serpente combattono per la vita con una forza anormale, ma io sinceramente penso che o gli italiani non vedono il serpente, e a quel punto è un problema di vista, oppure davvero non si rendono conto della deriva che il nostro Paese sta prendendo sotto l’attenta manovra di chi, attenzione, una direzione ce l’ha ma che è ben distante da quella attesa dai cittadini. E questa direzione a me pare tanto essere il graduale risucchio di democrazia (al grido della difesa della sicurezza e della salute) senza portare efficienza!  

Che cosa è per lei il successo? Non lo so, davvero. L’unica cosa che mi viene in mente pensando al successo è quando tutti applaudono sorridendo.

 Confindustria in che modo, a suo avviso, è rappresentativa – a livello di valori – del mondo industriale? A quali valori fa appello? L’impresa è una formidabile leva di sviluppo e per questo è un patrimonio di tutti, di coloro che vi lavorano, del territorio in cui opera e del Paese tutto. Impegno, merito, creatività, capacità, esperienza e voglia di fare: ditemi se questo non è un patrimonio da valorizzare. Confindustria vuole rappresentare tutto ciò: l’universo della produzione italiana che, fortunatamente, è composito ed eterogeneo. Il nostro compito, non sempre facile, ma per questo importantissimo, è quello di realizzare una sintesi efficace dei legittimi interessi di ciascuno, ma capace al contempo di far evolvere complessivamente il sistema. Sappiamo che negli ultimi anni è in atto un forte tentativo di cancellazione dei corpi intermedi e delle categorie di rappresentanza. Questo perché si vuole andare dritti da chi il consenso poi lo deve esercitare e che troppo spesso non ha gli strumenti per poter prendere una decisione razionale e proprio per questo viene tirato in gioco. Noi dobbiamo assicurare un senso di solida identità ai nostri associati, garantire un’efficace rappresentanza a tutti i livelli e in tutte le sedi alle aziende ed erogare servizi efficienti, in grado di promuoverne la crescita. La nostra identità associativa si fonda sul libero mercato e sulla centralità della imprenditorialità e dell’impresa. Tre elementi che, attraverso corretti ed equilibrati meccanismi competitivi, garantiscono innovazione, lavoro, creazione diffusa di valore e determinano le premesse per restituire valore all’intera società. Sembra scontato e dovrebbe esserlo, ma siamo in Italia e qui nulla di tutto questo è scontato. Dove non esistono etica e trasparenza non c’è possibilità di sviluppo per una sana attività economica e una libera e consapevole società civile. Per questo Confindustria orienta la propria azione, sia nei rapporti associativi, sia nei confronti degli stakeholder, secondo comportamenti improntati all’etica e alla trasparenza. Direi che la parola chiave, in tutti i contesti, è responsabilità. Responsabilità per le decisioni assunte, per le attività intraprese e per gli impatti generati: sono questi i valori nei quali ci riconosciamo.

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