BEARZI: ‘RICORDIAMOCI DI DONNE E ANZIANI, IL FONDAMENTO DELLA NOSTRA SOCIETA’

di Antonella Lanfrit

Giovannino Bearzi, a destra, con Danilo Farinelli (direttore del Carnia Industrial Park al centro, e Matteo Bearzi, al lato sinistro).

Ha idee illuminate Giovannino Bearzi, noto imprenditore carnico nel settore dell’autmotive, classe 1951. Non solo per quanto riguarda il suo core business, ma per ciò che concerne la società in cui ci troviamo a vivere. Riconosce un ruolo diverso e più progredito alla donna che, come lui stesso afferma: ‘Necessita di aiuto in casa. In special modo, se lavora: non può fare tutto da sola. L’uomo deve venirle incontro. Penso che sia anche per questo motivo che molte coppie non funzionano’. Oltremodo. Bearzi ha a cuore il futuro degli anziani. ‘Se supportate, le famiglie, nella cura degli anziani, riescono a far vivere gli ultimi anni della loro vita a queste persone care, in modo dignitoso ed adeguato. Senza rinchiuderle magari, in luoghi differenti dalla loro casa’ continua. Un appello anche alla politica perché possano essere fatte scelte a vera tutela della donna e degli anziani. Entrambi, come afferma l’imprenditore, una enorme risorsa per tutti noi.

Dice che la storia di ciascuno è già scritta, ma è certo che egli ha messo molto del suo per costruire una biografia professionale che è cominciata da dipendente nel lontano 1970 e lo vede oggi presidente e amministratore delegato di Beng, affermata realtà imprenditoriale nella filiera dell’automotive di lusso. Una posizione dalla quale Giovannino Bearzi dialoga quotidianamente con i big mondiali del settore, mentre sta già pensando a future differenziazioni produttive seguendo l’evolversi dell’elettrico nel settore. In cordata con lui ora ci sono anche i due figli, Matteo ed Elvis, pienamente inseriti e operativi in azienda. 

Giovannino Bearzi, tutto ha avuto inizio quando?

«Il 1° luglio 1970, con l’assunzione alla allora Mobian, sede di Ampezzo (Ud), dove rimasi sei anni come addetto alla manutenzione degli impianti. Il quel periodo feci anche il servizio militare, allora 18 mesi, nella Folgore. Poi il terremoto del 1976 e, anche in questa occasione il 1° luglio, l’ingresso in un’altra realtà, la Seima Italiana – segnalazione e illuminazione per auto -, oggi ancora presente in Friuli con altro nome. Qui inizia davvero la mia carriera». 

Quali passi ha compiuto?

«Ho cominciato come lucidatore/progettista e nel 1993 ero diventato responsabile tecnico dell’area Italia. In quell’anno fui inviato nella sede di Torino per un incarico che avrebbe dovuto durare tre mesi. Rimasi 10 anni, facendo la spola ogni settimana con la Carnia, dove avevo deciso di lasciar la famiglia affinché i miei figli potessero crescere in questo contesto. In quegli anni mi occupai anche dell’avvio di uno stabilimento in Russia, a Ryazan a 400 chilometri da Mosca, facendo la spola una volta al mese». 

Il passo da dipendente a imprenditore quando avvenne?

«Nel 2003. Allora l’azienda entrò nell’area di un grande gruppo automobilistico italiano e io avrei dovuto tornare in Carnia a fare il dirigente. Nella nuova compagine avevo la netta sensazione che non sarei stato che un numero. Non me la sentivo di continuare. Un po’ per scherzo un po’ per davvero, dissi ai miei superiori: o vado via o mi metto in proprio. Per tutta risposta il responsabile rispose: Va bene, comincia l’attività, per tre anni ti garantisco lavoro». 

Un avvio da start up a gennaio 2004.

«Sì, è stato così. In quel periodo poi ci siamo attivati per creare una nostra rete di clienti, occupandoci di sviluppare da un punto di vista tecnico i progetti che ci veniva commissionati nella fanaleria per auto». 

Come ha scelto i primi collaboratori?

«Ho attinto tra i progettisti che il mio ruolo mi aveva consentito di conoscere. Oltre che bravi professionalmente, dovevano aver voglia di fare e sentirsi parte di una piccola azienda. Non è stato facilissimo pero sono riuscito . Adesso abbiamo un gruppo caparbio ,concreto e omogeneo che con propositività affronta ogni complessità di progetto ». 

Qual è stato il primo ostacolo?

«La crisi del 2008. Le aziende hanno cominciato a sviluppare al proprio interno i progetti e noi abbiamo deciso di ampliare la nostra attività diventando anche produttori di fanaleria per auto di altissima gamma, spesso per pezzi unici e fatte a mano».

La pandemia da Covid-19 ha tarpato le ali anche ai prodotti di lusso?

«Indubbiamente anche a quel livello c’è un rallentamento, i progetti si rimandano. È un periodo complesso per tutti». 

Che si fa?

«Ci si rimbocca le maniche, come ha fatto il Friuli all’epoca del terremoto. Certo, sono arrivati gli aiuti, ma ognuno si è dato da fare. Come azienda siamo intenzionati a crescere e troveremo senz’altro delle alternative. Il mondo dei veicoli elettrici può darci delle opportunità». 

In questo momento l’economia avrebbe bisogno di nuovi imprenditori. I giovani che “sirene” devono ascoltare?

«Devono seguire ciò che li appassiona e perseguire gli obiettivi che si pongono, anche se la strada è difficile. Nel 1976 avevo vinto un concorso per entrare nel Corpo forestale, ma rinunciai al un posto fisso e alla sicurezza, perché la mia passione era altra». 

Ha contagiato i suoi figli?

«Lavorano entrambi in azienda, Matteo sovraintende alle attrezzature e la parte economica dell’azienda, Elvis alla parte informatica e gestisce le stampanti 3D per prototipazione e produzione a partire da un file CAD. Sono perfettamente in grado di proseguire in autonomia, mi vogliono ancora qui».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *