LA SOSTENIBILITÀ SEMPRE PIÙ AL CENTRO DELLE SCELTE STRATEGICHE ANCHE DEI GRANDI GRUPPI AZIENDALI

Un espositore cosmetico può essere bello e sostenibile. A dimostrarlo è il Gruppo Hera, con la controllata Aliplast, in collaborazione con Sarno Display, azienda di display del Gruppo Gatto Astucci, e Rougj, importante brand di cosmetica. In https://www.gruppohera.it/occasione di Ecomondo 2020, è stato presentato in anteprima il progetto che vede coinvolte le aziende, nell’ambito dei master in Sustainability and Innovation e Business Innovation Design della Bologna Business School di Unibo: obiettivo la realizzazione di un prototipo che sarà presto avviato alla fase pilota nelle farmacie bolognesi. Un nuovo modo di concepire l’espositore dei cosmetici minimizzare i materiali e standardizzare le componenti, senza rinunciare alla customer experience e all’estetica del prodotto: questi i punti di forza del progetto. Aliplast, già leader nel suo settore, è stata la prima azienda in Italia ad aver realizzato il “closed loop”, ovvero la gestione dell’intero ciclo di vita della plastica, dalla raccolta al riciclo fino alla sua rigenerazione in materiale dalle caratteristiche analoghe a quello vergine. È la stessa logica, insieme a quella dell’eco-design, che ha guidato l’ideazione dei nuovi espositori per cosmetici POP (Point of Purchase) sostenibili, permettendo a Sarno e Rougj di creare a loro volta e con la collaborazione del Gruppo Hera il primo “closed loop” nel mondo del POP. Un’idea che dimostra come, oltre al recupero di ciò che prima era considerato uno scarto, per l’economia circolare sia fondamentale la progettazione stessa degli oggetti affinché possano rimanere in vita il più possibile. È già prevista una seconda fase del progetto: al centro il coinvolgimento Non è finita qui: dopo la realizzazione dei nuovi espositori sostenibili, i partner hanno previsto una seconda fase che vedrà il coinvolgimento attivo dei clienti nella fase di recupero dei materiali. Da sempre la multiutility, infatti, fa della partecipazione uno dei punti chiave per lo sviluppo di progetti e temi di economia circolare sul territorio. Questo obiettivo si sposa perfettamente con quello di Sarno e Rougj di coniugare alla qualità dei propri prodotti la sostenibilità.

AI NEL MANIFATTURIERO: LA SFIDA DEL COMET FVG CON ‘AI REGIO’

Comet, Cluster della metalmeccanica FVG è uno dei 3 cluster italiani che partecipano al progetto europeo ‘AI REGIO – Regions and DIHs alliance for AI-driven digital transformation of European Manufacturing SMEs’, finanziato nell’ambito di Horizon 2020, il Programma della Commissione Europea per la Ricerca e l’Innovazione. Coordinato dal Politecnico di Milano, ha durata di 3 anni ed è finanziato dall’UE per 7.900.000 di euro, 36 i partner europei coinvolti e solo 3 le regioni italiane. Comet – Cluster della metalmeccanica del FVG – partner attivo del macro progetto IP4FVG (www.ip4fvg.it), la rete dei digital innovation hub della Regione FVG, è il vettore che trasferirà alle Pmi friulane la conoscenza sul tema dell’intelligenza artificiale e si occuperà dell’identificazione ed implementazione di un progetto sperimentale in grado di sviluppare un approccio di apprendimento intelligente per la pianificazione ed ottimizzazione della produzione. Ecco quindi che, grazie alla partecipazione di Comet ad ‘AI REGIO’, la metalmeccanica regionale potrà godere di un dialogo diretto con i principali poli europei dell’innovazione digitale per ottenere un supporto attivo nella trasformazione digitale. Il progetto ‘AI REGIO’, infatti, si pone l’obiettivo di abbattere le barriere che ostacolano i poli dell’innovazione digitale (DIH) incentrati sull’intelligenza artificiale, impedendo loro di adottare la nuova realtà digitale in modo completo. Sergio Barel, presidente di Comet: ‘L’applicazione delle tecnologie abilitanti per l’industria 4.0 sono fondamentali per il supporto e la crescita del nostro tessuto imprenditoriale, composto soprattutto da Pmi. L’intelligenza artificiale implementata nel manifatturiero locale rappresenta la nuova sfida che Comet intende affrontare, anche grazie ad AI REGIO e IP4FVG’.

CHI SALVERÀ L’ECONOMIA? ‘LA SUBSCRIPTION ECONOMY, E L’INTELLIGENZA’

La servitizzazione, ovvero, la ‘subscription economy’: è la tendenza generale delle aziende a passare ad un modello di business in abbonamento, in cambio dell’accesso a un prodotto o servizio. Una opportunità che vale 8 trilioni. È quanto ha affermato, Roberto Siagri, ad di Eurotech, nel libro ‘Intelligence Economica. La nuova guerra commerciale’ (Rubbettino editore, a cura dell’Istituto di Alti studi strategici e politici); estremamente attuale in questo periodo storico di pandemia. ‘Grazie infatti alle tecnologie digitali nella declinazione IoT, Bigdata e Intelligenza artificiale, le imprese possono agevolmente ed economicamente digitalizzare fabbriche, processi, asset e prodotti così da poter creare nuovi modelli di business. Con la digitalizzazione i dati diventino una nuova materia prima e pertanto la capacità di sviluppare e usare i software diventa imprescindibile. Tutte le imprese devono pertanto pensare che, indipendentemente dal loro mercato di sbocco, come dice Marc Andreessen, sono aziende di software; prima ne prendono coscienza meglio performeranno nel mercato. Clayton Christensen con The Innovator’s Dilemma codifica schemi e principi intorno a cui si trasforma la società e l’economia, dimostrando quanto le aziende di successo possano fare tutto “bene” e perdere la loro leadership di mercato, o addirittura fallire, quando nuovi concorrenti inaspettati, grazie all’uso di nuove tecnologie che sembrano, alle aziende dominanti, poco rilevanti nel loro settore, conquistano il mercato. Questo è l’effetto della crescita esponenziale intrinseco in ogni nuova tecnologia: nelle fasi di avvio, la crescita esponenziale è sfuggente. Lo sviluppo esponenziale inoltre sfugge alla natura umana che è per sua natura, lineare. Per capire un po’ meglio come le tecnologie influenzano le industrie e di conseguenza i modelli economici è interessante analizzare le quattro fasi che hanno permesso di passare dall’industria 1.0 all’industria 4.0. Tutto ha inizio alla fine del 1700 con la meccanizzazione, la macchina e vapore e i telai e dove la tecnologia sottostante è quella della costruzione e standardizzazione delle parti meccaniche. Verso la fine del 1800 si passa alla produzione di massa, con linea di assemblaggio ad energia elettrica e dove la tecnologia sottostante è data dai componenti elettromeccanici e la loro standardizzazione. Attorno agli anni ’70 delle scorso secolo arriva, grazie ai calcolatori, l’automazione e si assiste alla terza rivoluzione industriale. In questo caso la tecnologia sottostante è quella del calcolo e della standardizzazione dei modo di costruire calcolatori. Oggi si parla di Industria 4.0 e di sistemi ciberfisici, di reti di calcolatori (Internet of things) e della prevalenza dei dati sulla materia. In questo caso la tecnologia abilitante è quella del software e della standardizzazione delle sue componenti. Se andiamo ad analizzare il passaggio dalla 3 alla 4 rivoluzione industriale possiamo notare che siamo passati da una economia basata sui calcolo ad una economia basata sui dati senza trascurare il fatto che e stiamo entrando in un’era dominata dall’Intelligenza artificiale che è la tecnologia che ci permette di analizzare la grandissima mole di dati prodotti dall’adozione su grande scala dell’IoT. Gli oggetti interconnessi (fabbriche macchinari e prodotti) e i dati da questi generati in tempo reale dovranno portare alla creazione di nuovi modelli di business che daranno così origine a nuovi modelli economici molto più sostenibili che in passato. L’Outcome Economy è il modello economico emergente e che trasforma radicalmente i modelli tradizionali di business, permettendo il cambio di paradigma da prodotto a servizio, modificando le strategie, gli investimenti e, cosa importante, la mentalità. La quarta rivoluzione industriale, trainata dalla digitalizzazione massiva di asset e prodotti, permetterà alle attività economiche di approdare all’ economia del risultato (Outcome Economy), un’economia basata sulle prestazioni dei prodotti e sul risultato che questi producono. Un’economia sul risultato del prodotto e non sul prodotto è un’economia che non ha più bisogno del passaggio di proprietà del bene e pertanto porta in automatico le imprese ad operare in economia circolare. L’evoluzione ulteriore porterà anche ad una maggiore automazione delle fabbriche grazie al diffondersi di robot collaborativi e ad una maggiore previsione della domanda grazie alla mole di dati disponibili cosa che non potrà che potenziare ulteriormente il modello economico dell’Outcome Economy. Oltre agli impatti industriali ci sono impatti geopolitici prodotti dalle tecnologie del calcolo (siano esse hardware o software), che oltre ad essere in costante evoluzione stanno non solo cambiando i paradigmi industriali ma contribuiscono al mantenimento della sovranità degli Stati. Dai primi tradizionali computer siamo arrivati alle moderne tecnologie di high performance computing (HPC), l’elaborazione dati ad alte prestazioni. Vista la mole di dati che si andranno a produrre il calcolo ad alte prestazioni abbinato all’intelligenza artificiale permetterà di mantenere la competitività delle imprese, alimentare il progresso sociale e garantire la sovranità degli Stati. In un mondo sempre più connesso e digitale, chi più sarà in grado, tramite il calcolo ad alte prestazioni, di estrarre informazioni e conoscenza, dalla grande mole di dati prodotti, più competerà’.

LED LUKS, NUOVO SITO PRODUTTIVO DA 1.300 METRI QUADRATI

LED Luks, l’azienda che dal 2013 vive sul confine fra Slovenia e Italia coniugando il meglio della cultura d’impresa di entrambe le culture industriali con la produzione di apparecchi di illuminazione a LED esteticamente raffinati e tailor-made, cresce e taglia il nastro di una nuova sede produttiva da 1.300 metri quadri. Sorge a Šempeter in territorio sloveno, nell’immediata periferia Est di Gorizia, da cui dista poche centinaia di metri. 

Il nuovo stabilimento è stato realizzato in prossimità del quartier generale della società, che continua a raggiungere nuovi obiettivi, «con la prospettiva di chiudere il 2020 a 3,5 milioni di fatturato», afferma l’imprenditore Dino Feragotto, tra i soci fondatori insieme al direttore Matija Klinkon. Traguardi raggiunti in virtù del concentrato di professionalità e flessibilità che caratterizza LED Luks, in grado di offrire qualsiasi soluzione di illuminazione a LED per il settore commerciale, industriale, per uffici, edifici scolastici, strutture pubbliche, sportive, dedicate ad eventi. Ulteriore valore aggiunto, la capacità di sviluppare soluzioni su misura, sviluppate in stretta sinergia con i propri interlocutori. 

«Sin dall’avvio dell’attività abbiamo puntato a offrire qualità della luce con apparecchi dal design originale, sempre attenti a dare un valore aggiunto all’ambiente in cui viene posizionato il nostro prodotto – affermano Feragotto e Klinkon -. È un’intuizione che ha dimostrato di funzionare, di ottenere sempre maggior riconoscimento a livello globale, tanto da rendere necessaria la realizzazione di un nuovo stabilimento produttivo». 

Come il quartier generale, anche la nuova struttura ha al proprio interno un’organizzazione all’avanguardia e una dotazione tecnologica in linea con la punta avanzata dell’Industry 4.0. In questi spazi LED Luks disegna, progetta, prototipa e produce apparecchi di illuminazione a LED utilizzando solo i migliori componenti e le soluzioni più innovative. 

A sostenere lo sviluppo dell’impresa, un team di piu di trenta addetti, con un’età media al di sotto dei 40 anni. Il mercato di sbocco è quello internazionale, con particolare riferimento ad Europa, Middle East e Australia.

Nella foto: Dino Feragotto, uno dei soci fondatori LED Luks, insieme a Matija Klinkon.

PROSCIUTTO SAN DANIELE: VOLANO GLI ACQUISTI ON LINE IN EPOCA COVID

In epoca di pandemia si prediligono i prodotti locali o a indicazione geografica. Il consumatore sceglie il Made in Italy, tra cui la Dop, Prosciutto di San Daniele, che ha mantenuto i volumi di consumo nonostante il periodo, registrando una lieve flessione della produzione – del 2% – rispetto allo scorso anno. Prodotte 16,5 milioni di confezioni certificate di San Daniele Dop affettato. Forte crescita degli shop on line delle aziende consorziate.

A confermarlo Mario Cichetti (nella foto), direttore generale del Consorzio del Prosciutto di San Daniele: ‘Le aziende produttrici del San Daniele Dop non si sono mai fermate, sempre nel rispetto delle normative vigenti, per poter rifornire la grande distribuzione, le piccole gastronomie, rispondendo così alla richiesta di prodotto da parte dei consumatori. Rileviamo inoltre una forte crescita degli shop on line, infatti, giungono ottime performance dagli e-commerce delle aziende consorziate che si sono dimostrati una risposta capace di mantenere legami importanti con i consumatori e, allo stesso tempo, di ampliare il mercato di riferimento in particolar modo nel periodo della quarantena.  Nella grande distribuzione -durante il lockdown di primavera – il San Daniele ha avuto una leggera flessione delle vendite al banco taglio, favorendo però la vaschetta di prodotto preaffettatato che ha fatto registrare un trend positivo vista la preferenza dei consumatori nel prediligere prodotti ‘ready to eat’ soprattutto durante il lockdown. Confermano questa tendenza i numeri relativi al San Daniele Dop affettato in vaschetta: le confezioni certificate prodotte ad oggi sono state circa 16,5 milioni. L’acquisto di tranci o prosciutti interi disossati, invece, avviene principalmente negli spacci delle aziende produttrici o nelle gastronomie di dettaglio. In un anno anomalo come quello che stiamo vivendo è difficile fare delle previsioni sul risultato annuale dei consumi, sarà necessario concludere l’anno e attendere le performance del periodo natalizio. Il canale Horeca, in particolare, ha avuto grandi difficoltà causate dalle restrizioni primaverili e tutt’ora con le recenti limitazioni. Nei mesi di giugno, luglio e agosto, tuttavia, si è registrata una discreta ripresa dei consumi del settore, anche legata anche al turismo estivo interno. Questa ripresa coincide con quella del Prosciutto di San Daniele, proprio a partire dai mesi estivi, confermando l’apprezzamento del settore nei confronti del nostro prodotto. Sulla produzione generale di Prosciutto di San Daniele le esportazioni incidono per il 20%. Anche per l’anno in corso i numeri confermano questa quota di vendita all’estero e sono equamente suddivisi tra mercato europeo e resto del mondo. I Paesi che detengono la quota più rilevante per l’esportazione del Prosciutto di San Daniele Dop si confermano, in ordine: la Francia con il 27%, gli Stati Uniti con il 19% (ricordiamo che qui il Prosciutto di San Daniele non è stato colpito dai recenti dazi in ambito alimentare), la Germania con il 13% e, ultimo paese in doppia cifra, l’Australia con il 10%. Seguono Austria, Regno Unito, Giappone, Canada e Messico, dove il marchio è presente e contribuisce ad ampliare sempre di più il bacino delle esportazioni. L’attività produttiva è stata condizionata dalla pandemia di Sars-Cov2 nel primo semestre, ma nel secondo sta mostrando i segnali di una leggera inversione di marcia, inversione che porterà a un 2021 di riequilibrio. Il comparto dovrà, compatibilmente con la situazione generale, riuscire a confermare i volumi di vendite fatti registrare ante pandemia e conseguente lockdown. Tra gli obiettivi del nuovo anno si punterà allo svolgimento dei progetti e delle iniziative che sono state annullate o sospese nel corso del 2020, con la speranza di poterle realizzare al meglio. Infine, rimane prioritario per il Consorzio proseguire nel racconto delle peculiarità e nella tutela di un prodotto di eccellenza italiana conosciuto in tutto il mondo’.