ROTONDI, MEP: ‘IN QUESTO MOMENTO STORICO DOBBIAMO OCCUPARCI DELL’ASPETTO UMANO, NOSTRO E DEGLI ALTRI. NEL SUO VALORE INTEGRALE’

‘Un manifesto dedicato ad un umanesimo olistico. Oggi, credo che si debba rinunciare ad una cultura decadente e simbolista che potrebbe essere espressione concomitante di una sub-competitività strutturale, che investe l’intera dimensione delle Human Capabilities, oltremodo indebolite e intimorite dalla congiuntura pandemica. Dobbiamo riflettere su di un nuovo umanesimo olistico-sociale, agire con un pensiero composto di identità plurime, assertive, capaci di coesione e inclusione, flessibili, intercambiabili, tecnologiche, tecniche, in continua evoluzione, con cultura economica, etico-umanistica e sociale. Ovvero: avere un dipinto olistico, “ganzheitliche malerei”, pensare al benessere altrui, come benessere individuale, mutuo e progressivo; ad un maggiore sviluppo dell’empatia nella modernità dei concetti di sostenibilità, responsabilità sociale, cultura dell’esistenza collettiva.  Verso il prossimo. Sì, i conti devono sempre tornare in azienda e sono anche numeri interessanti e descrittivi della cultura di un’impresa che ha indicatori e rating ammirevoli. Come mi sento? Mi sento bene e mi sono sentito sempre messo alla prova ad ogni livello. Gli eccellenti risultati non devono arrestare le prove. I rating positivi sono un allenamento anche per le aziende a fare meglio. Le aziende migliori sono integrali: perseguono il successo sociale, competitivo e reddituale. Le prove sono oltremodo attività generatrici di miglioramento. Chi non è pronto ora, non lo è mai stato prima e non lo sarà mai, a vari livelli, tempi e responsabilità. Obiettivamente non si può immaginare la realtà senza saperla vivere, il lavoro senza saper lavorare, la professione senza essere professionale. Dobbiamo credere al principio che sia lo spirito che dia vita alla materia; “mind over matter” (in latino: “mens agitat molem”). È attività di eccellente stimolo per tutti, l’essere costretti ad un esercizio vitale, lavorativo, professionale, sociale, concomitante a situazioni difficili, senza il tempo per aderire a modelli astratti che non siano fondati su esperienza, preparazione, competenza, coscienza, disciplina e educazione. Il migliore modello, l’esemplarità (“kata giapponese”) viene imposta dalla realtà e si ritrova ad essere la soluzione capace di conoscere le traiettorie esistenziali e professionali, individuali e collettive, di continuo progressivo apprendimento.   La possibilità di gestirsi nell’esistenza, ove le certezze della realtà si riducano, purché essa sia fondata sulle capacità di comprensione, decisione e azione. A vantaggio di tale visione agisce la dialettica tra competenze possedute e mutamenti che premiano la flessibilità di possederne altre.  È in questi momenti, relativamente difficile adeguarsi a modelli che non siano solidi, conosciuti, sperimentati e appresi. Se non fossero integrali, non sarebbero modelli. Sarebbero opinioni vuote di concretezza e non dimostrate, fuorvianti percorsi chiusi e sterili. Il pensiero postmoderno per un economista richiede la significazione più accurata dei modelli che spiegano la realtà in qualcosa di superiore al fatto che la aspettativa di vita sia prolungata, che l’identità digitale sia accompagnata da saggezza e stabilità. Nulla sarebbe senza modelli di esemplarità che siano in grado di generare ricchezza, benessere, equilibrio sociale già pregresso e progresso; senza che la libertà individuale possa divenire impegno sociale. L’unica realtà è la costante permutazione; il cambiamento in compimento continuo ove la riflessione apprenditrice è fenomeno rilevante e frequente per tutti gli aspetti della vita. Lavoro in primis. C’è un grande bisogno di consapevolezza in questo periodo storico. Anche da un punto di vista più strettamente antropologico; forse sono nate nuove capacità di adattamento, di visione. Di cultura.  Io la chiamerei autodiagnosi biochimica senza giungere ad una deriva filosofica. È un tema a me caro e a cui ho contribuito nella riflessione organizzativa per le aziende. La “Exaptation management” che metaforicamente nel business telling richiama anche per l’essere umano gli esempi della natura che integrano l’evoluzione: ad esempio il modello tecnico di costruzione ripetuta degli alveari e la capacità di nuotare del pinguino con le ali divenute pinne. Io credo nella postmodernità nella misura in cui l’individuo e le comunità siano capaci di riflettere sulla propria collocazione naturale e identitaria, acquisendo conoscenza e competenza, senza deumanizzarsi e destrutturarsi. Il lavoro e l’azienda, l’accademia e la società sono fondamentali in tale percorso che attraversa le generazioni e costruisce ricchezza, benessere, dignità, rispettabilità, esemplarità, sostenibilità, riflessività e responsabilità sociale.  Oggi forse la sensibilità supera la riflessività. È questione di tempo e potrà essere fenomeno globale ricorrente per ritrovare “le magnifiche sorti e progressive”.La visione dell’economia sociale di Amartya Sen, che conobbi nel marzo del 1990 al premio Giovanni Agnelli, mi ripropose la dimensione etica nelle società contemporanee; è ciò che caratterizza la modernità. Una riflessività globale, una coscienza della multidimensionalità umana, aziendale e sociale che genera una sorta di bypass culturale non surrealista, biochimico dell’esistenza’.

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