Ti Lancio da WASHINGTON / BAGHDAD 29 settembre 2026 – Con il completamento del ritiro definitivo delle forze armate statunitensi dall’Iraq, si chiude ufficialmente una parabola militare e politica durata oltre vent’anni. Un disimpegno storico che segna la fine di un’era iniziata con l’invasione del 2003 e costata la vita a oltre 4.500 soldati americani, ma che rischia ora di spalancare le porte a un nuovo assetto geopolitico nella regione.
L’uscita di scena delle truppe statunitensi è stata accolta con manifestazioni di vittoria a Teheran e dalle milizie sciite alleate a Baghdad, che vedono nell’addio di Washington l’opportunità di consolidare in modo definitivo la propria egemonia sul Paese.
Il bilancio della presenza americana in Iraq è complesso e sanguinoso. Avviata con l’obiettivo dichiarato di rovesciare il regime di Saddam Hussein ed eliminare presunte armi di distruzione di massa, la campagna militare si è presto trasformata in un estenuante conflitto d’occupazione e di contrasto all’insurrezione, culminato negli anni successivi nella lotta contro l’ISIS.
| Durata della presenza militare | Oltre 20 anni (2003–2026) |
| Vite umane statunitensi perse | Oltre 4.500 soldati |
| Costo finanziario complessivo | Stimato in oltre 2.000 miliardi di dollari |
| Obiettivo raggiunto | Caduta di Saddam Hussein e sconfitta territoriale dell’ISIS |
| Conseguenza geopolitica | Vuoto di potere riempito dall’influenza iraniana |
Per l’Iran e i suoi alleati locali, la partenza degli Stati Uniti rappresenta il coronamento di una strategia perseguita per due decenni. Teheran dispone già di una radicata influenza all’interno delle istituzioni irachene, nel sistema giudiziario e soprattutto attraverso le Unità di Mobilitazione Popolare (PMF), le potenti milizie paramilitari integrate nell’apparato di sicurezza nazionale.
Senza la presenza e il deterrente delle truppe americane sul terreno, la capacità di Washington di bilanciare le mire dell’Iran sul governo di Baghdad risulta drasticamente ridimensionata, lasciando l’Iraq saldamente nell’asse d’influenza dell’asse sciita.
Il ritiro lascia aperti importanti interrogativi sulla tenuta della sicurezza interna e sul futuro della democrazia irachena. Il rischio di un ritorno del terrorismo: nelle aree rurali e desertiche. Senza il supporto tattico e d’intelligence statunitense, le forze armate irachene dovranno dimostrare di saper gestire autonomamente la minaccia. L’equilibrio con la regione del Kurdistan: l’assenza di un mediatore americano rischia di riaccendere le tensioni mai del tutto sopite tra il governo centrale di Baghdad e l’autorità autonoma curda nel nord del Paese. L’impatto economico: r esta da vedere come i mercati internazionali e gli investitori esteri reagiranno alla potenziale instabilità, in un Paese la cui economia dipende quasi interamente dalle esportazioni di petrolio.
L’addio dell’esercito americano chiude così un lungo capitolo della storia del Medio Oriente, lasciando l’Iraq di fronte alla sfida di definire la propria sovranità all’ombra della crescente influenza di Teheran.
Nella foto di copertina: la notizia su un quotidiano iraqeno


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