(TiLancio dal Lazio) Roma 2 giugno 2026 – Oggi l’Italia festeggia la nascita della sua Repubblica. È una giornata di bandiere, frecce tricolori e celebrazioni ufficiali. Ma oltre la retorica istituzionale, il 2 giugno dovrebbe essere soprattutto un esercizio collettivo di memoria e vigilanza. Festeggiare la Repubblica, infatti, non significa guardare a un traguardo raggiunto una volta per tutte nel 1946, ma ricordarsi di difendere, giorno dopo giorno, l’edificio dei diritti democratici e civili che su quelle fondamenta è stato faticosamente costruito.
Spesso cadiamo nell’errore di pensare che le libertà di cui godiamo oggi — la parità di genere, l’autodeterminazione, la tutela della dignità personale — siano conquiste antiche, radicate da secoli nella nostra cultura. Non è così. La nostra democrazia è giovane e la storia recente ci mostra come l’ombra di un passato patriarcale e retrogrado si sia allungata fin quasi ai giorni nostri.
C’è un dato che, più di altri, dovrebbe farci riflettere: il “delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore” sono stati cancellati dal nostro ordinamento solo nell’agosto del 1981.
Significa che poco più di quarant’anni fa — un battito di ciglia nella storia di una nazione — lo Stato italiano giustificava ancora l’omicidio di una moglie, di una figlia o di una sorella se compiuto per riparare all’offesa del proprio “onore”. Per lo stesso principio, ereditato dal Codice Rocco del 1930, uno stupratore poteva cancellare ogni reato semplicemente sposando la sua vittima, trasformando la violenza in un contratto sociale accettabile.
Ci sono voluti il coraggio rivoluzionario di Franca Viola, che nel 1965 disse il primo storico “no” al matrimonio riparatore, e anni di battaglie civili per arrivare alla Legge n. 442 del 1981, che ha finalmente spazzato via queste barbarie giuridiche.
Questo frammento di storia italiana non è un semplice aneddoto del passato, ma un monito fondamentale per il presente. Ci ricorda che i diritti civili non sono elementi naturali del paesaggio; sono conquiste umane, e in quanto tali sono fragili. Possono essere erosi, relativizzati o messi in discussione se la società civile smette di vigilare.
Celebrare la Repubblica oggi, nel 2026, significa allora onorare la memoria di chi ha lottato per renderci più liberi e uguali, ma significa anche assumerci una responsabilità: quella di non dare mai nulla per scontato. La democrazia non è uno stato di quiete, è un cammino. E il modo migliore per difendere la nostra Repubblica è continuare a far avanzare i diritti, impedendo a chiunque di portarci indietro.
Buona Festa della Repubblica a chi non smette di difenderla.


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