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Italia. Economia. L’Italia sta vivendo un neo-comporativismo?

Italia. Economia. L’Italia sta vivendo un neo-comporativismo?

Ti Lancio da Roma 16 luglio 2026 Mentre i consigli di amministrazione delle grandi banche italiane e delle storiche partecipate di Stato brindano a utili netti senza precedenti, una parte sempre più consistente della popolazione si trova a fare i conti con carrelli della spesa dimezzati, bollette insostenibili e la rinuncia alle cure mediche.

È la fotografia di un’Italia spaccata in due. Da un lato, un “salotto buono” dell’economia protetto e ricchissimo; dall’altro, un Paese reale che arranca, lavora ma resta povero, e si chiede dove sia finito il benessere del “Bel Paese”.

Negli ultimi anni, il settore bancario italiano ha registrato performance finanziarie straordinarie. Complice il rialzo dei tassi d’interesse deciso dalla BCE — che ha aumentato i margini di guadagno sui prestiti senza che le banche adeguassero in egual misura i rendimenti sui conti correnti dei risparmiatori —, i principali istituti di credito hanno inanellato trimestrali da record.

Allo stesso tempo, le grandi aziende partecipate dallo Stato (nei settori dell’energia, della difesa, delle infrastrutture e dei servizi) continuano a macinare profitti miliardari. Paradossalmente, proprio i rincari che hanno impoverito le famiglie — a partire dai costi energetici — si sono tradotti in dividendi d’oro per lo Stato azionista e per i grandi fondi di investimento.

Dietro questa concentrazione di profitti si sta consolidando una struttura economica che molti analisti definiscono come una forma di neocorporativismo. Si tratta di un intreccio sempre più stretto tra. La politica, che nomina i vertici delle partecipate e difende gli equilibri di potere. La grande finanza, che gestisce il debito e i capitali. Le grandi lobby industriali, che beneficiano di sussidi e protezioni normative.

Questa “morsa” stringe sempre di più le maglie del potere economico, creando un ecosistema impermeabile alla concorrenza reale e sordo alle necessità sociali. Chi è dentro questo sistema prospera; chi è fuori — piccole imprese, artigiani, lavoratori autonomi e dipendenti senza tutele forti — viene progressivamente schiacciato.

Dall’altra parte della barricata c’è la vita quotidiana dei cittadini. L’Italia detiene oggi un triste primato europeo: è uno dei pochissimi Paesi OCSE in cui i salari reali sono rimasti sostanzialmente fermi (o addirittura diminuiti in termini di potere d’acquisto) negli ultimi trent’anni.

L’inflazione e il costo della vita hanno eroso i risparmi storici delle famiglie, che un tempo rappresentavano il vero “ammortizzatore sociale” italiano. Oggi si assiste al fenomeno drammatico dei working poor: persone che pur avendo un impiego regolare non riescono a superare la soglia di povertà. Il “Bel Paese” dell’arte, del buon cibo e della qualità della vita sta diventando, per milioni di persone, un Paese di rinunce e ansia per il futuro.

Lo Stato italiano si trova in una posizione profondamente contraddittoria. Da un lato, come azionista delle grandi partecipate, incassa miliardi di euro di dividendi generati dalle tariffe pagate dai cittadini. Dall’altro, deve spendere risorse pubbliche per finanziare bonus, sussidi e aiuti sociali per arginare la povertà creata proprio da quelle stesse dinamiche di mercato e di prezzo.

Un Paese non può reggersi a lungo su un simile squilibrio. Se la ricchezza prodotta dai settori strategici (credito ed energia) si concentra esclusivamente nei bilanci dei grandi gruppi e non si redistribuisce sotto forma di investimenti sul territorio, riduzione delle tariffe, welfare e aumento dei salari, il patto sociale rischia di spezzarsi definitivamente.

Per evitare che l’Italia perda del tutto l’anima e il benessere che l’hanno resa celebre nel mondo, è necessario rimettere al centro della discussione politica la giustizia fiscale, la ridistribuzione degli extraprofitti e la tutela del potere d’acquisto. Senza una classe media solida e senza la speranza di un riscatto sociale, anche i bilanci più brillanti delle banche finiranno per poggiare sulle sabbie mobili di un Paese impoverito.

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