Un nuovo studio di Climate Central conferma lo scenario drammatico: entro metà secolo solo tre città al mondo potrebbero ospitare le gare. Il Mediterraneo è un “hotspot” e il versante italiano delle Alpi è il più esposto
(Ti Lancio dal Canada) Waterloo 26 febbraio 2026 – Il futuro dello sci alpino potrebbe presto dover fare a meno della sua stessa essenza: le Alpi. Quella che fino a pochi anni fa sembrava una proiezione pessimistica è diventata oggi una realtà scientifica supportata da dati incrociati. Dopo l’allarme lanciato dalle università di Waterloo (Canada) e Innsbruck su commissione del CIO, un nuovo studio di Climate Central aggrava il bilancio: entro il 2050, i siti idonei a ospitare le Olimpiadi invernali si dimezzeranno.
Secondo le proiezioni dei ricercatori, in lizza per il futuro resterebbero solo tre località candidate a livello globale: Sapporo in Giappone, Lillehammer in Norvegia e Salt Lake City negli Stati Uniti. Le Alpi, culla storica delle discipline invernali, rischiano l’esclusione definitiva.
Questa desertificazione nivometrica non è solo una questione di prestigio sportivo, ma un terremoto economico per l’intero comparto turistico montano, che vede nelle infrastrutture olimpiche e nei flussi legati allo sci il proprio motore vitale.
Molti puntano sulla tecnologia per salvare la stagione, ma gli esperti avvertono: la neve artificiale non è una soluzione infinita. “A volte si assiste a una sorta di accanimento terapeutico ma, se non vai sotto gli zero gradi di notte, c’è poco da sparare”, spiega Antonello Pasini, climatologo del Cnr.
Il problema è strutturale: la quota neve si sta alzando ovunque, ma con una velocità doppia nel Mediterraneo, considerato un vero hotspot climatico. “Il versante italiano delle Alpi è più esposto rispetto a quello nordico”, continua Pasini, “perché investito dalle correnti calde da sud”. Se l’Appennino è già in una fase critica, le Alpi italiane si trovano ora sulla linea del fronte.
Il confronto storico è impietoso. Durante i recenti Giochi, a Cortina si è registrata una temperatura media significativamente più alta rispetto alle storiche Olimpiadi del 1956. Per garantire lo svolgimento delle gare, gli organizzatori hanno dovuto produrre un milione e seicentomila metri cubi di neve artificiale. Per dare un’idea dell’impatto idrico, si tratta dell’equivalente di 280 piscine olimpioniche svuotate per innevare i pendii.
La strategia per il futuro deve essere binaria: da un lato la lotta serrata alle emissioni per frenare il riscaldamento, dall’altro un adattamento pragmatico. “Dobbiamo attuare politiche ecologiche, ma ormai è necessario anche adattarsi a fenomeni già in corso”, conclude Pasini.
Senza un’inversione di rotta, il rischio è che lo “sci alpino” diventi un termine museale, una disciplina nata sulle Alpi ma costretta a emigrare per sopravvivere.


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