Cookie Policy Cultura e società. Piemonte. L'arte subalpina del garbo: perché si dice che i piemontesi siano "Falsi ma cortesi"? - Tilancio

Cultura e società. Piemonte. L’arte subalpina del garbo: perché si dice che i piemontesi siano “Falsi ma cortesi”?

Cultura e società. Piemonte. L’arte subalpina del garbo: perché si dice che i piemontesi siano “Falsi ma cortesi”?

Ti Lancio dal Piemonte 8 ottobre 2026 Se esiste un pregiudizio geografico che ha attraversato i secoli senza perdere smalto, è senza dubbio quello racchiuso nel celebre proverbio: “Piemontèis fauss e cortèis” (Piemontese falso e cortese). Un’etichetta affibbiata ai figli della terra subalpina che oscilla tra il complimento ambiguo e l’accusa velata.

Ma da dove nasce questa reputazione? Si tratta di vera ipocrisia o siamo piuttosto di fronte a uno straordinario codice culturale di sopravvivenza, riservatezza e diplomazia?

Per capire l’origine di questo modo di dire bisogna fare un viaggio indietro nel tempo, tra le stanze dei palazzi reali di Torino e le nebbie delle campagne piemontesi.

La prima spiegazione è squisitamente politica e geografica. Per secoli, il piccolo Ducato di Savoia (poi diventato Regno di Sardegna) si è trovato incastrato in una posizione geografica e strategica da brividi: un territorio cuscinetto stretto tra due superpotenze come la Francia e l’Impero Asburgico.

Per non farsi schiacciare nei continui conflitti europei, i duchi e i re di Casa Savoia non potevano contare soltanto sulla forza militare: dovevano affinare l’arma ben più sottile della diplomazia.

Cambiare alleanza al momento opportuno, stringere trattati segreti, non sbilanciarsi mai prima del tempo e ammorbidire le posizioni con un linguaggio formale e impeccabile furono le strategie che permisero allo Stato sabaudo non solo di sopravvivere, ma di diventare il perno dell’Unità d’Italia. Agli occhi degli ambasciatori stranieri — e delle altre corti italiane —, questa abilità tattica appariva spesso come doppiocchezza o “falsità”. In realtà, era pura intelligenza politica.

A questa matrice politica si aggiunse l’influenza della vicina cultura transalpina. La nobiltà e la borghesia torinese modellarono il proprio comportamento su uno stile di matrice francese, fondato sul rispetto rigoroso dell’etichetta, dell’autocontrollo e del garbo.

Nella cultura subalpina, mostrare apertamente la rabbia, il disaccordo o un rifiuto secco è considerato una mancanza di stile e di educazione.

Quando un piemontese non è d’accordo o non vuole dire un “no” diretto che potrebbe ferire l’interlocutore o creare una spaccatura, preferisce ammorbidire la risposta. Ricorre così a formule sfumate, a un sorriso di circostanza o al tipico “Chissà…” o “Vedremo”. Per chi proviene da culture espressive, viscerali e dirette, questo atteggiamento schivo e controllato viene facilmente frainteso per ambiguità o mancanza di sincerità. Esiste infine una componente caratteriale e sociale profonda, legata al mondo contadino e alla sobrietà tipica del Piemonte. È il regno dell’“Esageruma nen” (“Non esageriamo”), la regola non scritta della misura e della discrezione.

Il piemontese diffida per natura dalle dimostrazioni d’affetto troppo eclatanti al primo incontro, dai toni urlati e dagli entusiasmi sbandierati. La cortesia è il velo protettivo con cui si accoglie l’altro tenendolo a debita distanza; la fiducia vera, invece, si conquista solo con il tempo e con i fatti.

La presunta “falsità” del piemontese non è quindi malafede o inganno, ma il frutto di una secolare educazione al rispetto formale, all’autocontrollo e al senso del limite.

In un’epoca contemporanea spesso dominata dalla sguaiatezza, dai toni aggressivi e dalla ricerca spasmodica dell’ostentazione, quel garbo felpato e quel rifiuto di urlare i propri pensieri non appaiono più come un difetto. Al contrario, la “cortesia subalpina” si rivela per quello che è sempre stata: un’elegante e preziosa forma d’arte sociale.

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