Cookie Policy EVENTI. ER. DA FANTOZZI A UMBERTO D.: FABIO STORCHI AL GIANO FESTIVAL PER L'EPOPEA DELL'IMPIEGATO AL CINEMA - Tilancio

EVENTI. ER. DA FANTOZZI A UMBERTO D.: FABIO STORCHI AL GIANO FESTIVAL PER L’EPOPEA DELL’IMPIEGATO AL CINEMA

EVENTI. ER. DA FANTOZZI A UMBERTO D.: FABIO STORCHI AL GIANO FESTIVAL PER L’EPOPEA DELL’IMPIEGATO AL CINEMA

(Ti Lancio dall’Emilia Romagna) Castelnovo ne’ Monti (RE) 14 novembre 2025 – Torna ad animare il Teatro Bismantova di Castelnovo Monti il Giano Festival, rassegna di cinema, scienza e filosofia le cui giornate inaugurali sono fissate per il 14, 15 e 16 novembre. L’idea alla base dell’evento è che guardare un film, analizzare e ricostruire i suoi meccanismi, possa insegnare a pensare e ad osservare il mondo.

Il culmine delle prime giornate del Festival sarà l’appuntamento dedicato a una delle figure più emblematiche e stratificate della storia del cinema: l’impiegato.

L’evento si terrà domenica 16 novembre e vedrà il noto imprenditore Fabio Storchi, tra i protagonisti reggiani dell’innovazione, partecipare a un dibattito sul tema.

Il pomeriggio si aprirà alle ore 16 con un excursus che, attraverso scene di grandi film del passato, analizzerà L’Impiegato al Cinema: come i volti della burocrazia hanno plasmato satira, dramma e identità nazionale.

L’impiegato, con la sua vita scandita dal timbro e dall’odore di carta, è stato definito da Ennio Flaiano come “il mestiere meno eroico del mondo”. Eppure, proprio questa sua intrinseca “non-eroicità” lo ha reso un soggetto perfetto per il grande schermo, fornendo al cinema una fonte inesauribile per esplorare l’alienazione e la commedia dell’assurdo.

Dalle ore 18 il focus si sposterà su un dibattito che vedrà la partecipazione di Fabio Storchi.

Il confronto sarà l’occasione per analizzare come le figure cinematografiche della burocrazia—dalla malinconia del travet all’assurdità del ragionier Ugo Fantozzi —si relazionano con l’attuale mondo del lavoro e con la necessità di innovazione. L’analisi cinematografica coprirà le figure più iconiche e stratificate dell’uomo d’ufficio italiano, spesso utilizzato come specchio delle trasformazioni sociali del Paese. L’apice comico è raggiunto da Fantozzi , l’antieroe definitivo, vittima della Mega-Ditta, le cui disavventure elevano l’umiliazione dell’uomo medio a epopea nazionale.
Il dibattito con l’imprenditore Fabio Storchi permetterà di mettere a confronto queste rappresentazioni storiche con la realtà attuale, proiettando la discussione verso le sfide future del mondo del lavoro.

Nonostante decenni di trasformazioni sociali, digitalizzazione e ridefinizione dei ruoli di genere sul lavoro, l’archetipo dell’ “uomo in carriera” che popola l’immaginario cinematografico e letterario rimane sorprendentemente ancorato a un modello specifico: l’uomo medio, bianco, con un colletto abbottonato, una famiglia e una profonda, inespressa, infelicità.

Questa figura non è più soltanto il viaggio triste e rassegnato del Neorealismo, ma l’uomo moderno schiacciato dalla routine aziendale che nasconde il desiderio bruciante di essere altrove, a fare qualcos’altro.

L’impiegato insoddisfatto è un’icona perché incarna il dilemma centrale della società contemporanea: lo scontro tra la sicurezza offerta da un lavoro stabile e la ricerca di autenticità e significato.

Nella narrativa, quest’uomo è intrappolato: ama la sua famiglia, ma è anche il principale (e spesso unico) fornitore. La sua sottomissione alla Mega-Ditta (come nel caso di Fantozzi) o alla routine è un atto d’amore, un sacrificio che lo priva della libertà. Il suo ufficio non è un luogo di creazione, ma di alienazione. Il suo lavoro, spesso burocratico o manageriale, è percepito come privo di scopo intrinseco, un mezzo per un fine (lo stipendio).
Il suo tormento interiore è alimentato dal ricordo (o dall’idea) di una vita alternativa: l’arte, il viaggio, l’impresa, qualsiasi cosa che non sia scandita dal rumore del condizionatore e dal clic del mouse.

Perché questo modello persiste, anche quando la realtà è cambiata? Il colletto bianco simboleggia immediatamente la borghesia , la conformità e la burocrazia. È un indicatore visivo potente e immediatamente riconoscibile. La crisi dell’uomo medio, che si rende conto di aver scambiato i suoi anni migliori per una stabilità che non lo rende felice, è un tema universale. L’archetipo dell’impiegato maschio bianco tristemente conforme è il veicolo più facile per veicolare questa disillusione. La grande tradizione della satira, da Fantozzi a certi personaggi di sitcom americane, ha reso questa figura così iconica da renderla difficile da sostituire.

Oggi, l’impiegato può essere una donna, può lavorare da remoto e può persino essere un freelance precario. Eppure, quando si vuole rappresentare l’ oppressione della vita moderna e la mancanza di significato, l’immaginario collettivo torna spesso a quella figura malinconica: l’uomo medio, seduto sotto una luce fluorescente, che desidera segretamente scappare su una spiaggia, o scrivere un romanzo, o semplicemente vivere una vita non scritta da altri .

Questa persistenza dimostra quanto sia difficile per la narrativa abbandonare gli stereotipi efficaci e quanto profondamente radicata sia l’idea che la felicità non si trova mai dietro una scrivania, ma sempre e solo altrove. Forse il mondo del digitale ci offre una altra via?

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