(Ti Lancio dall’Emilia Romagna) Modena 3 giugno 2026 C’è un filo invisibile, ma robusto, che unisce le macerie del dopoguerra, il sangue degli anni di piombo e le sfide digitali e ambientali del 2026. Questo filo si chiama lavoro ed è il motore identitario della nostra democrazia. È questo il cuore del profondo intervento del Cavaliere del Lavoro Fabio Storchi, pronunciato in occasione delle celebrazioni del 2 giugno per gli ottant’anni della Repubblica Italiana, a Modena, alla Fondazione Collegio San Carlo, oggi pomeriggio.
Un discorso che non si è limitato alla rituale retorica celebrativa, ma che ha offerto una lucida rilettura storica del Paese, partendo proprio dai suoi momenti più drammatici per tracciare la rotta dell’impresa moderna.
Nel ricostruire le tappe dell’Italia – dal voto storico del 1946 in cui per la prima volta votarono le donne, fino al Miracolo Economico – Storchi si è soffermato su una delle ferite più dolorose e profonde della storia repubblicana: la stagione cupa del terrorismo. “Una guerra non dichiarata che colpì lo Stato, le imprese, i sindacati e tanti uomini e donne innocenti”, ha ricordato l’imprenditore.
Gli anni di piombo tentarono di scardinare il cuore pulsante del Paese, colpendo i vertici delle istituzioni ma anche i corpi intermedi, le fabbriche e i lavoratori. Eppure, la riflessione di Storchi si trasforma in un manifesto di resilienza civile: l’Italia ha saputo attraversare quell’abisso e reagire “senza rinunciare alla libertà e alla Costituzione”. Una vittoria della democrazia che dimostra la forza intrinseca delle istituzioni quando restano fedeli ai propri principi fondanti e che, oggi più che mai, funge da monito per il presente.
Testimone in prima persona di questa evoluzione attraverso il suo storico impegno in Federmeccanica, Storchi ha ricordato come il dialogo e la coesione sociale siano stati i veri anticorpi contro la violenza e la stagnazione. Un percorso negoziale che ha toccato il suo apice ideale nel Contratto Nazionale dei Metalmeccanici del 2016 – di cui il prossimo novembre ricorrerà il decennale – vero e proprio spartiacque culturale che ha messo al centro il welfare, la formazione e la partecipazione del lavoratore.
Quella che dieci anni fa era una visione lungimirante, oggi è diventata realtà dello Stato. Storchi ha infatti celebrato l’approvazione della legge 76 del 15 maggio 2025, che ha dato finalmente piena attuazione all’articolo 46 della Costituzione: il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende. Rafforza il legame tra impresa e lavoro attraverso la responsabilità condivisa, il coinvolgimento nei risultati e la collaborazione strategica.
Per vincere le grandi transizioni tecnologiche e ambientali che stiamo attraversando, il paradigma economico deve evolversi. Storchi ha invitato la platea a riscoprire le radici dell’Economia Civile, nata in Italia nel 1753 con Antonio Genovesi, e a guardare all’azienda non come un semplice centro di costo, ma come una vera “infrastruttura sociale”.
Un approccio che sposa l’Umanesimo Integrale e che trova una sponda autorevole anche nelle parole di Papa Leone XIV, citato da Storchi per la recente enciclica Magnifica Humanitas: “Serve una responsabilità d’Impresa che includa la qualità e la dignità del lavoro tra gli indicatori di successo”.
A ottant’anni dal 2 giugno 1946, la Carta Costituzionale si conferma così non come un monumento polveroso da celebrare una volta all’anno, ma come una bussola dinamica. La sfida, che Storchi lancia espressamente alle nuove generazioni, è quella di non limitarsi a custodire i valori ereditati, ma di renderli vivi, quotidiani e capaci di governare il cambiamento. Perché, ieri come oggi, dove esistono il lavoro tutelato e l’impresa responsabile, esiste una società più forte, più libera e più coesa.
Infine, ma non per ultimo, un accorato appello per la pace, l’ancora senza la quale nulla è possibile costruire o realizzare.


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