Cookie Policy ENERGIA. UK. PETROLIO, IL "GRANDE BLUFF" DEI PREZZI: PECHINO E GLI USA SPIAZZANO GLI ANALISTI RIALZISTI - Tilancio

ENERGIA. UK. PETROLIO, IL “GRANDE BLUFF” DEI PREZZI: PECHINO E GLI USA SPIAZZANO GLI ANALISTI RIALZISTI

ENERGIA. UK. PETROLIO, IL “GRANDE BLUFF” DEI PREZZI: PECHINO E GLI USA SPIAZZANO GLI ANALISTI RIALZISTI

Dopo il picco da record a 160 dollari causato dal blocco dello Stretto di Hormuz, il greggio frena. La Cina taglia drasticamente le importazioni attingendo alle scorte, mentre gli Stati Uniti inondano il mercato di export. Smentite le previsioni catastrofiche di Wall Street.

(Ti Lancio dal Regno Unito) Londra 26 maggio 2026 – Il mercato globale del petrolio sta giocando a nascondino con la geopolitica, cogliendo di sorpresa gran parte degli analisti e dei trader di Wall Street. Solo un mese fa, con il greggio fisico schizzato al record storico di oltre 160 dollari al barile a causa del conflitto tra Stati Uniti e Iran e della conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, gli investitori rialzisti (bulls) scommettevano all’unanimità su un’escalation inarrestabile dei prezzi.

Tuttavia, i dati di maggio della Reuters mostrano uno scenario capovolto: il Brent è rientrato in una fascia compresa tra i 100 e i 110 dollari al barile (attestandosi a 105,88$ nelle ultime quotazioni). A frenare la fiammata inflazionistica sono state due forze congiunte che hanno letteralmente spiazzato i mercati: il drastico taglio delle importazioni da parte della Cina e il boom simultaneo delle esportazioni di greggio statunitense.

La prima grande anomalia arriva dalla Cina, il più grande importatore di greggio al mondo. Di fronte a prezzi considerati insostenibili e ai rischi logistici nel Medio Oriente, i raffinatori cinesi hanno adottato una strategia di forte resistenza commerciale, tagliando le importazioni di ben 5,5 milioni di barili al giorno.

Invece di competere sui mercati spot accettando prezzi stratosferici, Pechino ha preferito attingere massicciamente alle proprie enormi riserve strategiche accumulate negli anni precedenti. Questa mossa ha improvvisamente sottratto una fetta gigantesca di domanda globale, privando il mercato della pressione all’acquisto che i rialzisti davano per scontata.

Mentre la Cina smetteva di comprare, gli Stati Uniti hanno accelerato le vendite. Sfruttando la massima capacità delle proprie infrastrutture di scisto (shale oil) e immettendo sul mercato parte delle proprie riserve, gli USA hanno registrato un aumento vertiginoso delle esportazioni.

Questo afflusso di greggio americano, combinato con l’aumento della produzione in altre regioni strategiche (come il Golfo del Messico, il Sud America e l’Africa occidentale), ha parzialmente compensato il deficit causato dal blocco delle rotte mediorientali, che ha rimosso circa 14 milioni di barili al giorno dal commercio marittimo globale. L’impatto sui mercati: tra marzo e maggio 2026, la perdita netta reale di forniture globali di greggio si è stabilizzata intorno ai -4 milioni di barili al giorno rispetto alla media precedente. Una cifra imponente, ma ben lontana dallo shock totale temuto dagli analisti.

Il calo dei prezzi da 160 a circa 100 dollari non significa però che la crisi energetica sia risolta. Gli esperti avvertono che il mercato si trova semplicemente in una fase transitoria di “depauperamento delle scorte”.

Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), le scorte globali di petrolio sono diminuite di ben 246 milioni di barili nel solo bimestre marzo-aprile. Gli analisti di BNP Paribas sottolineano il rischio di questo trend. “I raffinatori stanno correndo ai ripari usando i barili immagazzinati, ma queste scorte non sono infinite. Quando saranno esaurite, la Cina e le grandi economie saranno costrette a tornare sul mercato spot. Se lo Stretto di Hormuz sarà ancora chiuso, assisteremo a una seconda e più violenta ondata di rincari, con un serio rischio di recessione globale”.

Anche nel caso in cui i colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran dovessero fare progressi, i tempi tecnici per il ritorno alla normalità saranno lunghi. I colossi energetici come la compagnia emiratina ADNOC stimano che i flussi di petrolio attraverso Hormuz potrebbero non normalizzarsi completamente prima dell’inizio del 2027, a causa dei tempi necessari per ripristinare le assicurazioni sui mercati navali, le ispezioni dei porti e riparare le infrastrutture danneggiate dal conflitto.

Per ora, la scommessa dei ribassisti e le manovre di Pechino hanno congelato il panico. Ma l’equilibrio attuale resta precario: il mercato energetico non sta producendo più petrolio, sta solo consumando più velocemente i suoi risparmi.

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