Ti Lancio da TEHERAN 15 ottobre 2026 — Sta provocando un’ondata di sdegno e una ferma condanna da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani la vicenda di Najmeh Amini, una studentessa universitaria di contabilità di soli 23 anni condannata alla pena capitale in Iran. La sua colpa: aver pubblicato sul proprio profilo social un messaggio ritenuto dalle autorità di Teheran “offensivo verso le figure sacre dell’Islam”.
La giovane si trova attualmente reclusa nel carcere di Vakilabad a Mashhad. Oltre alla condanna a morte, comminata per il reato di Sabb al-Nabi (“insulto al Profeta”), le autorità giudiarie iraniane le hanno inflitto un’ulteriore pena a oltre 12 anni di reclusione con le accuse di “propaganda contro il regime” e “minaccia alla sicurezza nazionale”.
Dalla sua cella a Mashhad, Najmeh Amini è riuscita a far pervenire un disperato messaggio di aiuto alla comunità internazionale e all’opinione pubblica globale. “Non voglio farmi passare per un’eroina oggi. Chiedo solo una cosa: siate la mia voce. Sono una ragazza innocente con tanti sogni e speranze per il futuro. Ho due genitori che mi stanno aspettando e una famiglia che ogni notte, nel terrore di perdermi, trasforma la notte in giorno.”
La difesa della giovane ha tentato di impugnare la sentenza evidenziando l’assenza di dolo e lo stato di profondo stress emotivo della ragazza al momento della pubblicazione. Tuttavia, il tribunale di primo grado ha respinto le argomentazioni della difesa, confermando la pena di morte. La sentenza è attualmente oggetto di ricorso dinanzi alla Corte Suprema iraniana.
Il caso di Najmeh Amini si inserisce in un quadro di costante inasprimento della repressione interna condotta dal regime Teheran. Secondo i dati forniti da Ong come Iran Human Rights (IHRNGO) e HRANA, dall’inizio dell’anno le esecuzioni nello Stato sono state oltre 600, alimentando l’allarme per un uso sempre più esteso della pena di morte come strumento di dissuasione politica e di soffocamento del dissenso online.
Sebbene la condanna a morte per reati legati alla “blasfemia” sui social media sia una misura applicata con minore frequenza rispetto ad altre imputazioni (i casi più recenti risalivano al maggio 2023), gli attivisti avvertono che il verdetto contro la giovane studentessa rischia di costituire un grave e pericoloso precedente verso la criminalizzazione totale del libero pensiero in rete.
La notizia ha suscitato l’immediata reazione delle Ong umanitarie, tra cui Amnesty International e Humanists UK, oltre che da parte dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani.
Le organizzazioni sottolineano che la condanna della studentessa viola apertamente l’articolo 6 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) — ratificato dall’Iran nel 1975 —, il quale stabilisce che la pena capitale può essere prevista esclusivamente per i “crimini più gravi”, categoria in cui il diritto internazionale non include in alcun modo la libertà d’espressione o le opinioni di natura religiosa.
Diversi governi europei ed enti internazionali stanno valutando pressioni diplomatiche per chiedere la revisione immediata della condanna, l’annullamento della pena capitale e la liberazione incondizionata della giovane studentessa.


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