Ti Lancio da Sassuolo Modena 15 ottobre 2026 – Era la notte tra il 4 e il 5 maggio del 2020 e senza ancora saperlo stavo per attraversare un confine, ne avrei avuto consapevolezza alle 7:00 del mattino.
Perdere un genitore è un’esperienza dolorosa e destabilizzante, è un passaggio.
Il confine tra la vita con, e la vita senza, le persone che amiamo, è sottile e spesso, è una linea di demarcazione non evidente che attraversiamo con tutti i “nonostante” e i “malgrado”.
Il passaggio avviene in un attimo, ma il viaggio per arrivare dall’altra parte è lungo. Nel mio caso non si trattò solo di un viaggio personale: traghettai con me tutte le persone che facevano parte dell’azienda di mio padre e che, mentre io ero in bilico tra il passato e il presente, pensavano al loro futuro.
Perdendo lui non acquistai solo la piena responsabilità di me stessa, ma anche della mia seconda vita, quella professionale. Essendo adulta e avendo delle figlie ero già del tutto responsabile di me, eppure, perdere un genitore dà la sensazione di dover reimparare l’autonomia. Almeno per me fu così.
Mi ero preparata ed ero stata preparata a quel momento per anni, eppure non mi sentivo pronta. Ecco, quello fu uno dei miei “malgrado”.
Nonostante fossi CONFUSA nella perdita e nel timore di non essere all’altezza, LE PERSONE PIU’ STRETTE MI STETTERO accanto fin dal primo momento, riconoscendomi un ruolo acquisito di diritto sulla carta.
DAL MOMENTO IN CUI MIO PADRE CI LASCIO’, IO SMISI DI ESSERE SEMPLICEMNETE “CARLOTTA”, COME ERO SEMPRE STATA CHIAMATA SUL LAVORO E ACQUISII LA MIO APPELLATIVO “DOTTORESSA GIOVETTI”.
FU SEMPLICE, MAI RICHIESTO E SPONTANEO PER GLI ALTRI, STRANO E SUGGESTIVO PER ME PER MOLTI MESI.
ERA UNA FORMA DI CURA E RISPETTO, UN RICONOSCIMENTO DEL RUOLO DI GUIDA CHE ERO DIVENTATA A DISPETTO DEI “NONOSTANTE”.
Sapevo che il passaggio generazionale avrebbe creato curiosità e sentirmi osservata non alleggeriva l’atmosfera, tuttavia comprendevo che avessero tutti qualche aspettativa su di me.
Sentivo i loro pensieri:
Cosa farà ora che è dall’altra parte? Terrà aperta l’azienda o la venderà? Sarà capace di portare avanti gli affari?
In questi 6 anni di solitudine aziendale mi sono resa conto che la vita professionale è una matrioska di confini ed equilibri da rispettare, mentre si perseguono obiettivi comuni e personali. Non proprio un gioco da ragazzi, a qualunque livello della piramide ci si trovi.
La vita è fatta di relazioni, e le relazioni sono confini in movimento, punti di incontro tra due entità che si muovono avanti e indietro per fare spazio all’uno e poi all’altro.
I confini sono barriere quando ci ricordano che non è il caso di andare oltre, ma diventano orizzonti quando siamo pronti per uscire dall’abitudine e sfidare lo status quo.
È una questione di sensibilità e flessibilità; ognuno deve trovare il proprio modo di vivere questi confini. Nella mia azienda ci sono regole ferree CHE TUTTI DEVO RISPETTARE E REGOLE CHE INVECE DEVONO ESSERE INFRANTE, DISCUSSE O ABOLITE: facciamo scelte funzionali, seguiamo il buonsenso – merce sempre più rara –, e cerchiamo di dar vita alla nostra visione.
Personalmente trovo che i confini siano interessanti, perfino stimolanti. E se a volte li sfondiamo senza nemmeno vederli perché abbiamo gli occhi fissi sul traguardo, altre volte restiamo ipnotizzati dalla barriera, convinti di non poterla superare.
Ecco, io trovo che i confini più difficili da varcare siano quelli che guardiamo troppo a lungo. Per questo evito di ingabbiare i miei collaboratori in una visione troppo rigida del loro ruolo.
Crescendo come professionista mi sono scontrata con porte chiuse e preconcetti di ogni tipo, E se mi fossi fermata ogni volta che qualcuno mi diceva “ABBAIMO SEMPRE FATTO COSI”, o “Tu non lo puoi fare”, avrei rinunciato a molte cose che amo e avrei sgretolato un pezzetto della mia autostima ed esperienza a ogni rinuncia.
Pensate alla maternità. Siamo ancora qui a pensare se una donna debba scegliere tra carriera e FAMIGLIA. Sono pazzesche le contraddizioni a cui deve sopravvivere una mamma in carriera. E non solo nell’ambito del lavoro dipendente, credetemi.
La mia maternità fu una grande gioia, però l’azienda non si ferma solo perché hai messo al mondo un altro essere umano…
Parlando di esperienze ai confini della realtà mi viene in mente Star Treck.
Se siete fan – io lo sono – ricorderete il capitano Kirk che dice: “Signor Sulu, ci porti fuori!”
Adoro quella frase, e non è scelta a caso.
È là fuori che vivono le emozioni, la scoperta e la crescita; fuori da ciò che conosciamo.
Seguire sogni e ambizioni esige il superamento dei confini, d’altra parte i sognatori, come gli esploratori, sono audaci.
E lo sono anche gli Amministratori Delegati, ma quando sono donne, come me, devono essere anche autoironiche.
Ricordo che ANNI fa, durante un incontro a cui partecipai insieme ad un mio responsabile lui venne scambiato per l’AD, perché essendoci un uomo e una donna, era ovvio CHI DEI DUE AVREBBE PRESO LA DECISONE FINALE…
Lasciai che proseguissero la conversazione fino a quando…, il mio responsabile un po’ confuso DAL MIO SILENZIO e imbarazzato DALLA SITUAZIONE, dovette far presente che ero io a prendere le decisioni. Non vi dico l’arcobaleno che passò sul viso di quei signori, confesso che assaporai ogni istante della loro deriva cromatica.
Incontro ancora spesso persone che si aspettano da me un atteggiamento PACATO E ACCOMODANTE CREDO perché sono una donna. Quando li deludo, a volte mi dicono: “Dottoressa, vedo che lei si sta arrabbiando…”
E mentre rispondo come ho imparato a fare dopo anni di esperienza, quindi in modalità professionale ma ferma, cerco di ricordarmi che forse quella persona ha limiti più stringenti dei miei. Inevitabilmente però penso: “Ma se fossi un uomo, faresti questo commento o mi delfineresti assertiva?”
Che piaccia o meno, mi sono abituata a uscire dalle caselle in cui qualcuno vorrebbe mettermi. Nella vita e in azienda.
Ogni volta in cui lasciamo che il confine dello stereotipo decida per noi, ABDICHIAMO un pezzo della Nostra sicurezza e della Nostra energia.
La morte di mio padre aveva tracciato un confine netto e profondo.
La vita con lui, a casa e in azienda. La vita senza di lui, a casa e in azienda.
Sentivo il bisogno di colmare quel vuoto ma non ci riuscivo perché continuavo a pensare al modo in cui avrebbe agito lui. Così ho imparato una delle ultime lezioni che mi ha donato, pur non essendoci più: attraversare il confine non basta, dobbiamo farlo a modo nostro, onorando ciò che siamo e donando noi stessi a chi o cosa troveremo dall’altra parte. Perché dall’altra parte, c’è sempre qualcosa o qualcuno che valga la pena scoprire.
Frida Kahlo diceva: “Io ancora vedo orizzonti, dove tu disegni confini.”
I confini possono essere limiti o linee di partenza; punti in cui fermarsi o da cui ripartire per incontrare noi stessi e gli altri.
A volte sono entrambe le cose, ma solo noi possiamo decidere se fermarci o andare avanti.
Il mio augurio per voi è di trovare uno scopo per cui valga la pena superare i confini con fierezza, con orgoglio.
Trovate il vostro scopo e non ci saranno confini da superare, solo orizzonti da raggiungere.


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