Ti Lancio da Roma 30 ottobre 2026 – “L’Italia vuole ancora essere un Paese industriale? L’Europa ha una visione del proprio futuro? “Incertezze burocratiche, costi energetici e un Green Deal penalizzante mettono a rischio le filiere manifatturiere e la competitività del Made in Italy. L’appello del Ceo di Ralc Italia, Andrea Lazzarini: “Servono investimenti strutturali e una programmazione a lungo termine, non contributi a pioggia”. Di fronte alle crescenti tensioni geopolitiche, all’instabilità dei mercati internazionali e al progressivo ridimensionamento della capacità produttiva europea, Lazzarini, Ceo di Ralc Italia — azienda friulana leader nella progettazione e realizzazione di macchine e sistemi integrati ad alta tecnologia per la lavorazione del tubo e del metallo —, lancia un forte grido d’allarme sulla tenuta del sistema industriale italiano ed europeo. A riaccendere il dibattito è l’analisi condotta a partire dalle recenti dichiarazioni del presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, la cui denuncia sulla sostanziale assenza di una politica industriale di lungo periodo viene pienamente condivisa da Lazzarini sulla base della propria esperienza quotidiana al timone di un’impresa fortemente proiettata sui mercati.
Un passaggio critico evidenziato da Andrea Lazzarini riguarda la gestione degli strumenti dedicati all’innovazione e alla sostenibilità, primo fra tutti il piano Industria 5.0. Nato per stimolare il rilancio industriale, il provvedimento si è trasformato per molte imprese in un percorso burocratico incerto e complesso, inducendo molte realtà a sospendere o rinviare acquisti già programmati, con ripercussioni dirette proprio su chi costruisce macchine industriali.
Parallelamente, il Ceo di Ralc Italia mette in discussione l’impostazione ideologica del green deal europeo. Pur riconoscendo la centralità della sostenibilità ambientale, Lazzarini evidenzia come questa non possa prescindere da quella economica e industriale: “Non stiamo salvando l’ambiente semplicemente spostando le fabbriche fuori dall’Europa”, evidenzia Andrea Lazzarini. “Che senso ha imporre vincoli e costi alle nostre industrie se il risultato è trasferire produzioni, investimenti e occupazione verso Paesi che non operano alle stesse condizioni? Dopo aver perso posizioni strategiche nell’elettronica di consumo e negli elettrodomestici, oggi assistiamo a una perdita strutturale di competitività nell’automotive e rischiamo di compromettere anche la siderurgia, filiera essenziale per l’intera manifattura.”
Mentre la Cina accelera su robotica, automazione e ricerca, e la Corea del Sud stanzia oltre 650 miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale e nei semiconduttori entro il 2035, l’Europa sembra orientare la sua principale risposta strategica verso l’aumento degli investimenti in armamenti. Una scelta di priorità che Lazzarini considera profondamente sbagliata: le analisi dimostrano infatti come l’espansione dell’industria bellica non possa in alcun modo compensare, per dimensioni, occupazione e indotto, il ridimensionamento di settori trainanti come l’automotive. “La vera autonomia di un continente si costruisce sulla capacità di produrre, innovare e mantenere il controllo delle tecnologie strategiche: intelligenza artificiale, microprocessori, robotica ed energia competitiva”, dichiara il CEO di Ralc Italia. “Su questo terreno stiamo accumulando ritardi che rischiano di diventare irreversibili mentre in Asia si programmano le industrie dei prossimi vent’anni.”.
L’imprenditore friulano riafferma un principio cardine della gestione aziendale applicato alla cosa pubblica: “I periodi favorevoli e le risorse straordinarie — compresi i fondi del Pnrr, in buona parte finanziati a debito — vanno impiegati per realizzare investimenti strutturali e creare un vantaggio competitivo duraturo per i prossimi venti o trent’anni, non per abituarsi a spendere di più o alimentare l’assistenzialismo. Un buon imprenditore nei momenti favorevoli investe in tecnologia, formazione e organizzazione per prepararsi alle difficoltà future. La politica dovrebbe fare lo stesso.”
Lazzarini ribadisce che le imprese italiane non chiedono assistenzialismo, ma condizioni e regole di ingaggio eque per competere ad armi pari sul panorama globale. Energia a costi competitivi e sicurezza degli approvvigionamenti. Certezza del quadro normativo e drastica sburocratizzazione. Infrastrutture efficienti e formazione di personale qualificato. Programmazione strategica di lungo periodo anziché incentivi estemporanei. “La politica industriale non si fa distribuendo risorse per ottenere risultati immediati. Si fa avendo il coraggio di scegliere oggi dove vogliamo essere tra vent’anni. Quando avremo perso fabbriche, competenze e filiere produttive, non basterà qualche contributo pubblico per ricostruirle”, conclude Andrea Lazzarini.
“Dalla relazione del presidente Simone Bettini emerge con chiarezza una verità che come industriali ripetiamo da tempo: non possiamo più inseguire le emergenze giorno per giorno, ma dobbiamo alzare lo sguardo e decidere quale futuro industriale vogliamo per l’Italia e per l’Europa”. Lo dichiara Fabio Storchi, past president di Federmeccanica, commentando i contenuti dell’assemblea generale 2026.
Storchi pone l’accento sulla necessità di una profonda evoluzione di mentalità a tutti i livelli: “Il punto centrale sollevato da Bettini tocca la radice stessa del nostro sistema economico: serve un vero e proprio cambio culturale. Questo vale per l’Europa, che deve uscire da una bolla puramente regolatoria per tornare a guardare alla fabbrica, agli investimenti e alla produzione. E vale per il nostro Paese, dove l’industria non può essere considerata un accessorio o un residuo del passato, ma il motore insostituibile del lavoro qualificato e della crescita”.
Sul fronte delle grandi vertenze e delle sfide strutturali, dal caso ex Ilva alle politiche energetiche e all’automotive, Storchi condivise la linea della concretezza e del pragmatismo: “Quando parliamo di acciaio strategico, di neutralità tecnologica nella transizione ecologica o di superare meccanismi punitivi come l’Ets, non difendiamo privilegi corporativi, ma la competitività complessiva della nostra filiera manifatturiera. O l’Italia e l’Europa comprendono che la manifattura è garanzia di autonomia e benessere, o riscopriremo troppo tardi la gravità di ciò che avremo perduto”.
Infine, un richiamo al capitale umano e alle relazioni industriali: “La demografia corre e la tecnologia evolve rapidamente con l’intelligenza artificiale. Per governare questa trasformazione servono competenze, formazione continua e una rinnovata centralità della contrattazione e dei fondi negoziali, arginando ogni logica speculativa. Il richiamo a un Contratto collettivo forte e unitario, che sia la casa di tutta la metalmeccanica, va esattamente in questa direzione. La scelta dell’industria è una scelta di campo: o si torna a produrre e a innovare qui, o il futuro del lavoro è a rischio”.


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