Ti Lancio dalla Lombardia 28 luglio 2026 -La Corte d’appello di Milano ha confermato lo stop all’area a caldo dello stabilimento di Taranto per motivi sanitari e ambientali. Una decisione che rischia di affossare la vendita ai privati e costa milioni allo Stato.
Una recente sentenza della Corte d’appello di Milano rischia di segnare il capitolo finale per l’ex ILVA di Taranto, il polo siderurgico più grande — ed enormemente inquinante — d’Europa. I giudici hanno stabilito la sospensione delle attività dell’area a caldo entro 90 giorni a causa delle gravissime conseguenze ambientali e sanitarie che l’impianto continua ad avere sul territorio. È un verdetto pesante: rende la chiusura completa dello stabilimento concreta come non mai e complica enormemente i piani del governo italiano, che da mesi cerca disperatamente di vendere l’azienda a un gruppo privato.
Acciaierie d’Italia è gestita dallo Stato tramite l’amministrazione straordinaria. Nel frattempo, lo Stato continua a versare risorse pubbliche per tenere in vita la struttura, che lavora a ritmi minimi, perde decine di milioni ogni mese e vede oltre metà dei dipendenti in cassa integrazione.
La decisione della magistratura milanese colpisce il cuore pulsante dell’acciaieria. L’area a caldo è il settore in cui le materie prime grezze vengono fuse e trasformate in acciaio grezzo. È qui che si trovano i quattro grandi altiforni: tre sono spenti da tempo e solo uno era rimasto operativo. Una volta colato e solidificato, l’acciaio passerebbe alle lavorazioni “a freddo” (per diventare lamiere, tubi o bobine), processi che però non avvengono più a Taranto ma in altri stabilimenti del gruppo al Nord Italia.
Senza l’area a caldo, semplicemente, Taranto smette di produrre.
L’area a caldo è anche il settore storicamente più impattante dal punto di vista ecologico: oltre alle imponenti emissioni di carbonio, è responsabile di fumi tossici, polveri sottili e presenta ancora ingenti quantità di amianto in diverse sezioni dei macchinari.
Già a febbraio la sentenza di primo grado aveva imposto un primo stop (fissato per il 24 agosto), giudicando insufficiente la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) rilasciata dal ministero dell’Ambiente. La Corte d’appello ha confermato quel giudizio: entro ottobre la produzione dovrà fermarsi del tutto e non potrà ripartire finché non sarà rimosso ogni traccia di amianto e riportate le polveri sottili entro i limiti di sicurezza.
Per il governo si tratta di un cortocircuito. Le trattative con i potenziali acquirenti si basavano proprio sulle tempistiche e sui vincoli dell’AIA, che prevedeva la progressiva decarbonizzazione dell’impianto nel corso degli anni. Ora, invece, chiunque volesse comprare l’ex ILVA si troverebbe ad acquistare un impianto sigillato dal tribunale, dovendo sostenere costi enormi per le bonifiche prima ancora di poter accendere un macchinario.
«Le sentenze sono sentenze, valgono per tutti. Questa pronuncia stravolge una fase di cessione abbastanza avanzata, prossima alla definizione con la controparte», ha ammesso con pragmatismo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Nei mesi scorsi i commissari avevano ristretto il campo a due pretendenti: il gruppo statunitense Flacks (che però non ha fornito garanzie finanziarie adeguate nell’ultima fase) e il colosso indiano Jindal, arrivato a un tavolo di negoziazione molto avanzato e che, al momento, si dichiara ancora interessato nonostante lo stop giudiziario.
Mantenere lo stabilimento in attività con un solo altoforno spento al tre quarti era già economicamente insostenibile. Oggi la produzione si attesta intorno ai 2 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, una soglia lontanissima dal punto di pareggio tra costi e ricavi.
Perdite mensili: tra i 50 e i 70 milioni di euro al mese.
Occupazione: degli oltre 8.000 dipendenti diretti, più di 4.000 sono attualmente in cassa integrazione.
Impatto economico: il blocco totale non punisce solo Taranto, ma minaccia l’intera filiera manifatturiera italiana, ancora fortemente dipendente dalla produzione interna di acciaio.
Con l’impianto completamente fermo, le perdite finanziarie aumenteranno ulteriormente, perché i costi di manutenzione e messa in sicurezza di una struttura “spenta” continuano a correre.
Per evitare il tracollo immediato, l’ex ILVA è sopravvissuta negli anni grazie a continui aiuti statali. Recentemente la Commissione Europea ha concesso una deroga alle norme sugli aiuti di Stato — solitamente rigidissime su sussidi a imprese private e inquinanti — autorizzando finanziamenti pubblici fino a un massimo di 390 milioni di euro.
I fondi stanno arrivando sotto forma di “prestiti ponte” che l’azienda (o chi la rileverà) dovrà teoricamente restituire: 149 milioni a aprile, 100 milioni nelle scorse settimane e altri 100 milioni approvati dal Consiglio dei Ministri proprio nelle stesse ore in cui veniva depositata la sentenza di Milano. Risorse che servono a prendere tempo, ma che di fronte a un impianto costretto a spegnere i motori rischiano di trasformarsi nell’ennesimo pozzo senza fondo per le casse dello Stato.


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