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ENERGIA. SERBIA. GEOPOLITICA E SANZIONI: LA SERBIA PRONTA A NAZIONALIZZARE IL COLOSSO PETROLIFERO RUSSO

ENERGIA. SERBIA. GEOPOLITICA E SANZIONI: LA SERBIA PRONTA A NAZIONALIZZARE IL COLOSSO PETROLIFERO RUSSO

(Ti Lancio dalla Serbia) Belgrado 27 novembre 2025 – Nei Balcani, le sanzioni statunitensi contro la Russia stanno innescando un paradosso energetico: la Serbia si prepara a prendere il controllo della raffineria strategica NIS, attualmente gestita dai giganti russi Gazprom Neft e Gazprom.

La geopolitica dell’energia continua a disegnare strani percorsi nei Balcani, dove le pressioni internazionali stanno paradossalmente spingendo un governo tradizionalmente vicino a Mosca verso la nazionalizzazione di asset strategici un tempo di proprietà russa.

La Serbia sta infatti preparando il terreno legislativo e amministrativo per assumere il controllo della Naftna Industrija Srbije (NIS), la principale compagnia petrolifera del Paese, controllata in maggioranza dai giganti russi Gazprom Neft e Gazprom.

NIS gestisce l’unica grande raffineria serba, che rappresenta una risorsa vitale per la sicurezza energetica della nazione. Tuttavia, la proprietà russa pone un crescente rischio operativo e finanziario a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea in risposta al conflitto in Ucraina.

Il problema principale risiede nel fatto che, sebbene la Serbia non abbia aderito completamente al regime sanzionatorio occidentale, le filiali ei dirigenti russi che controllano NIS sono spesso oggetto di restrizioni finanziarie e commerciali. Ciò rende estremamente difficile per NIS operare normalmente, accedere a finanziamenti internazionali o garantire le forniture di greggio e servizi essenziali.

Di fronte alla potenziale paralisi di un’infrastruttura così cruciale, il governo serbo sta agendo per garantire la continuità operativa. La mossa in preparazione non è un’esproprio immediato, ma un meccanismo di salvaguardia legato a tempistiche e condizioni specifiche.

La legislazione in preparazione permetterebbe allo Stato serbo di assumere il controllo temporaneo o permanente della compagnia qualora si verificassero due condizioni principali. Se non dovessero emergere acquirenti terzi, neutrali rispetto alle sanzioni e in grado di rilevare la quota russa in tempi rapidi. Se il regime sanzionatorio dovesse impedire ai dirigenti russi di garantire il funzionamento ininterrotto della raffinazione e della distribuzione.

In sostanza, Belgrado sta creando un “piano B” per evitare un collasso energetico causato da fattori esterni. Questa potenziale nazionalizzazione rappresenta un paradosso notevole nella geopolitica balcanica. La Serbia, pur mantenendo legami storici e politici con la Russia (in particolare per quanto riguarda le forniture di gas), si trova costretta dalle pressioni occidentali a disancorare il suo settore petrolifero da Mosca.

Se attuata, la nazionalizzazione avrebbe un duplice impatto: garantirebbe alla Serbia un controllo totale sulla sua unica raffineria, riducendo la debolezza alle dinamiche sanzionatorie internazionali.
Rappresenterebbe un deterioramento, seppur forzato, degli asset russi in un’area tradizionalmente amica, evidenziando come la pressione sanzionatoria possa superare anche le alleanze storiche.

Mentre il governo serbo prosegue con l’iter legislativo, si attende di vedere se emergeranno soluzioni alternative o se il complesso intreccio di sanzioni e necessità strategiche spingerà Belgrado a diventare il nuovo (e involontario) gestore del colosso energetico.

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