Le parole del parroco di Caivano dopo l’apparizione televisiva di uno dei leader della “Uno Bianca” sollevano interrogativi profondi: tra la pietà cristiana per l’uomo “spento” e l’indignazione civile per il rischio di emulazione e il dolore delle vittime
(Ti Lancio dalla Campania) Caivano (NA) 8 maggio 2026 – Il recente intervento televisivo di Roberto Savi, uno dei protagonisti della scia di sangue della “Banda della Uno Bianca”, ha lasciato di sé una scia di reazioni contrastanti. Tra le voci più autorevoli e toccanti si leva quella di don Maurizio Patriciello , che con il suo consueto stile diretto e intriso di umanità, ha offerto una lettura che scava nelle pieghe della coscienza e del peccato.
Don Patriciello descrive un’immagine di Savi quasi spettrale: un uomo abbattuto non solo dal carcere, ma — come auspica il sacerdote — dal peso della propria coscienza. Che pena mi ha fatto”, scrive Don Maurizio. “Un uomo spento. Il carcere lo ha abbattuto. Mio Dio, che ti combina il peccato. In quali abissi ti fa precipitare.”
Nelle parole del parroco non c’è giustificazione per l’orrore, ma una constatazione della capacità distruttiva del maschio. Savi viene definito un assassino “feroce, inutilmente feroce, stupidamente feroce” . La preghiera di don Maurizio — “Il Signore abbia pietà di lui” — si accompagna a un abbraccio caloroso ai familiari delle vittime, le vere custodi di un dolore che non conosce fine.
Tuttavia, l’apparizione di Savi solleva una questione che va oltre la sfera religiosa e tocca le fondamenta della nostra Repubblica. Molti osservatori e cittadini criticano soprattutto la scelta di trasformare un criminale in un protagonista mediatico. Dare risalto a chi ha compiuto atti atroci può, paradossalmente, esercitare un fascino distorto su menti fragili o inclini alla violenza, trasformando il carnefice in un modello negativo ma “potente”. Ogni volta che un criminale occupa lo schermo, lo spazio del ricordo per le vittime viene compresso. È un’offesa morale ai familiari sentir riecheggiare la voce di chi ha spezzato le vite dei loro cari. In una Repubblica democratica, la libertà di informazione dovrebbe servire a educare e informare, non a spettacolarizzare il male. Offrire una “tribuna” a chi ha dimostrato totale disprezzo per la legge e l’umanità appare, a molti, come una contraddizione civile.


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