(Ti Lancio dal Belgio) BRUXELLES 15 maggio 2026 – L’Unione europea è a un bivio storico: continuare sulla strada del passato, rassegnandosi a soccombere alla Storia, oppure trovare il coraggio di rilanciarsi attraverso riforme radicali. La priorità assoluta? Il superamento del diritto di veto e delle decisioni all’unanimità, che oggi paralizzano l’azione comune.
A lanciare l’allarme è Mario Draghi, che sprona i capi di Stato e di governo dell’UE mettendoli di fronte alla realtà. In occasione del discorso per il conferimento del premio Carlo Magno, l’ex premier italiano ed ex presidente della BCE ha usato parole nette: “Il mondo che un tempo contribuiva alla prosperità dell’Europa non esiste più. Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo veramente soli insieme”.
Nel nuovo scacchiere globale, l’Europa si trova a dover gestire dipendenze sempre più complesse sia da Oriente che da Occidente. Se a est Pechino non ha mai rappresentato un vero partner, è a ovest che si consuma il vero dilemma esistenziale dell’Unione.
L’ordine geopolitico è mutato e l’asse atlantico non è più una certezza incrollabile: “Dall’altra parte dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico siano ancora impegnati a preservarlo”, ha avvertito Draghi, con un chiaro riferimento alla linea d’azione intrapresa dall’amministrazione Trump.
Non si tratta però solo di una questione di difesa materiale (che pure viene vista come un’opportunità di rilancio per l’industria europea), ma di sovranità politica ed economica. “Un’alleanza in cui l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la sua difesa è un’alleanza in cui la dipendenza dalla sicurezza può ripercuotersi su ogni altro negoziato: commercio, tecnologia, energia”. Il disimpegno americano non va letto solo come una minaccia, ma come un “necessario risveglio”per l’intero continente.
Secondo l’autore del rapporto sulla competitività europea, il vero collo di bottiglia non è la mancanza di visione dei leader, ma il modo in cui le decisioni vengono prese ed elaborate a Bruxelles. “Il problema non è la mancanza di ambizione tra i leader, ma ciò che accade dopo che l’ambizione entra nel meccanismo”.
Le intese iniziali finiscono per perdersi nei corridoi delle commissioni, che le annacquano e le ritardano fino a renderle irriconoscibili. Il risultato? Un’azione talmente inadeguata rispetto alla portata delle sfide globali da rivelarsi, alla fine, “peggiore dell’inazione”.
Per uscire da questo vicolo cieco, Draghi lancia la sua proposta ‘bomba’: aggirare l’unanimità e procedere a maggioranze variabili, permettendo a chi vuole muoversi di farlo senza essere bloccato dai veti dei singoli Stati.
“I Paesi che sentono maggiormente il peso di questo momento, e che comprendono che la finestra di opportunità per agire non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di procedere”, ha spiegato. È il manifesto di quello che Draghi definisce “federalismo pragmatico”. I Paesi volenterosi devono intensificare la collaborazione in ambiti concreti. Un metodo basato su tentativi ed errori (“Alcune iniziative funzioneranno, altre no”).
Gli esperimenti non sono casuali, ma guidati dalla convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori.La sfida è lanciata: l’Europa saprà raccoglierla o rimarrà immobile a guardare il proprio declino?


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