L’Opas a sorpresa di Intesa Sanpaolo su MPS, con lo spacchettamento delle filiali a favore di Unipol/Bper, accelera il risiko. Ma dietro i trionfalismi di facciata si nasconde il rischio di un mercato asfittico, con meno concorrenza per imprese e risparmiatori.
(Ti Lancio dalla Lombardia) Milano 10 giugno 2026 – Il risiko bancario italiano si è improvvisamente trasformato in una partita a scacchi geopolitico-finanziaria brutale, dove le logiche di potere sembrano prevalere su quelle di mercato. La mossa a sorpresa di Ca’ de Sass – un’Opas da 30,6 miliardi di euro su Monte dei Paschi di Siena, con l’accordo parallelo per cedere 635 filiali del Monte a Unipol (e quindi a Bper) – non è solo una risposta industriale all’offerta precedentemente avanzata da Banco BPM (nella foto). È un vero e proprio atto di forza geopolitico interno.
Carlo Messina, CEO di Intesa Sanpaolo, e Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, stanno di fatto blindando il sistema finanziario italiano, riducendo gli spazi di manovra non solo per i concorrenti interni come Castagna (Banco BPM), ma anche sbarrando preventivamente la strada a incursioni straniere o alle ambizioni espansive di Unicredit. Tuttavia, se dal punto di vista della “stabilità” l’architettura del superpolo appare granitica, da una prospettiva critica ed economica emergono enormi nodi irrisolti che non possono essere ignorati.
Il primo grande paradosso riguarda le regole del mercato. L’operazione è esplicitamente pensata per neutralizzare l’offerta di Banco BPM su Siena, una fusione che avrebbe finalmente creato un “terzo polo” bancario solido, autonomo e capace di fare reale concorrenza ai due giganti sistemici (Intesa e Unicredit).
Smembrando MPS e inglobando il grosso dei suoi asset e delle sue filiali nell’asse Intesa-Bper, il mercato italiano scivola pericolosamente verso una struttura a “duopolio e mezzo”. Da un lato la corazzata Intesa (che estende indirettamente la sua influenza tramite l’alleato Unipol/Bper), dall’altro Unicredit, e in mezzo un Banco BPM che rischia di rimanere isolato e schiacciato. Meno concorrenza significa, storicamente, condizioni peggiori per i clienti commerciali e per i risparmiatori: commissioni più alte, tassi sui depositi meno generosi e minore accesso al credito per le piccole e medie imprese.
Sotto il profilo industriale, l’operazione solleva forti dubbi etici e strategici. Per anni il ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) ha cercato una soluzione per la privatizzazione di MPS che ne salvaguardasse l’integrità territoriale, il marchio storico e il radicamento sociale in Toscana e nel Centro-Sud.
La proposta di Banco BPM, pur con i suoi limiti, guardava a un’integrazione societaria. Il piano di Intesa, invece, applica la logica dello “spezzatino”: si compra il Monte per redistribuirne i pezzi a Unipol/Bper per ragioni puramente antitrust e di posizionamento geopolitico. Che fine farà l’identità della banca più antica del mondo, dopo essere stata digerita e frammentata per soddisfare i calcoli di quote di mercato in Lombardia e nel resto del Paese?
L’Italia si troverà probabilmente ad avere un sistema bancario ancora più solido e protetto dagli shock esterni, ma a un prezzo altissimo: la perdita di una sana e dinamica dialettica competitiva. Se le banche smettono di farsi concorrenza sui servizi e sui prodotti per concentrarsi esclusivamente sulla spartizione dei territori e sulla difesa dei propri feudi finanziari, a rimetterci – come sempre – saranno l’economia reale e il Paese produttivo.


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