Ti Lancio dalla Puglia 9 agosto 2026 – Il futuro dell’ex Ilva di Taranto si trova a un vero e proprio bivio decisivo. Nelle prossime ore si saprà se la cordata industriale italiana — guidata da Federacciai, Confindustria e Federmeccanica — deciderà concretamente di scendere in campo per acquisire lo stabilimento siderurgico, rispondendo all’appello del governo di mantenere la fabbrica in mani nazionali ed evitare l’acquisizione da parte di gruppi stranieri, tra cui spicca il colosso indiano Jindal.
La questione centrale ruota attorno all’area a caldo dello stabilimento e a una sentenza della Corte d’appello di Milano che ne ha ordinato la chiusura entro il mese di ottobre per ragioni legate alla salute e alla sicurezza. La sfida dei tempi e dei costi: bonificare l’attuale altoforno dall’amianto e ridurne le emissioni inquinanti richiederebbe tempi troppo lunghi e complessi.
La soluzione tecnologica: per superare l’ostacolo e mantenere l’attuale capacità produttiva, si sta valutando la conversione verde con l’installazione di due forni elettrici ad arco, ciascuno con una capacità di 3 milioni di tonnellate annue.
Il problema economico: l’operazione avrebbe un costo stimato intorno a 1,5 miliardi di euro, una cifra insostenibile per la sola cordata italiana, che chiede un forte intervento economico dello Stato tramite il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).
L’elettrificazione dello stabilimento viene vista come l’unica via per coniugare la tutela della salute dei cittadini tarantini con la salvaguardia dei livelli occupazionali. I posti di a rischio: la continuità produttiva interessa circa 16.000 lavoratori, di cui ben 7.000 appartenenti all’indotto, che rappresentano la categoria più vulnerabile in caso di mancata riapertura dell’area a caldo.
Il rischio ridimensionamento: senza una soluzione per l’area a caldo, l’ex Ilva sarebbe costretta a operare esclusivamente con l’area a freddo, riducendo drasticamente la propria operatività e il proprio peso economico.
Il governo si muove su un terreno delicato per trovare un equilibrio tra finanza pubblica e strategie industriali. La posizione dell’esecutivo: se da un lato il ministro Adolfo Urso sottolinea che il ruolo dello Stato deve spingersi fino alle nuove tecnologie, a Palazzo Chigi si valuta l’utilizzo dei fondi Invitalia per coprire parte dell’ingente investimento.
Le tensioni con i sindacati: non mancano le critiche da parte delle sigle sindacali. Il segretario generale della Fiom-Cgil Taranto, Francesco Brigati, ha espresso forti perplessità, definendo il piano di decarbonizzazione presentato finora come un adempimento burocratico privo di una vera visione industriale a lungo termine.
Mentre si esauriscono i prestiti pubblici straordinari autorizzati dalla Commissione Europea e i tempi stringono in base ai decreti di autorizzazione ambientale, la trattativa rimane aperta. Le prossime decisioni del consiglio direttivo di Federacciai e le mosse del Mimit definiranno le sorti di uno dei poli industriali più importanti e complessi d’Europa. (Nella foto il presidente di Federmeccanica Simone Bettini e il past president Fabio Storchi).


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