Il Maestrone si spegne a Pavana, ma la sua voce contro l’ipocrisia e i “pupari” di ogni tempo rimane una bussola morale più necessaria che mai.
di Francesca
Il tempo, quel tempo che ha cantato per oltre mezzo secolo tra le nebbie della via Emilia, le osterie di Bologna e il silenzio dei boschi dell’Appennino, si è fermato. Con la scomparsa di Francesco Guccini (86 anni), l’Italia non perde soltanto uno dei più grandi maestri della canzone d’autore, ma la sua coscienza critica più profonda e schietta. Se ne va un cantastorie antico e modernissimo, un artigiano della parola capace di far convivere la poesia colta con il profumo del vino di boccale e la polvere della storia.
Ma oggi, mentre il Paese ne piange la figura terrena e si stringe intorno al ricordo delle sue balere e dei suoi treni a vapore, c’è un’eredità in particolare che torna a vibrare con una forza quasi dolorosa: “Cirano”.
Pubblicata nel 1996 nell’album D’amore di morte e di altre sciocchezze, la canzone (ispirata all’opera di Edmond Rostand e scritta con Beppe Dati e Beppe Carletti) non è mai stata una semplice traccia musicale. È un manifesto esistenziale, un guanto di sfida lanciato in faccia alla mediocrità del mondo. E se al momento della sua uscita sembrava la fiera invettiva di un poeta contro i vizi della Prima e Seconda Repubblica, oggi quel testo suona come una diagnosi spietata e attualissima del presente che stiamo vivendo.
Il teatro delle ombre: i “pupari” e i cortigiani di oggi. “Venite pure avanti, voi con la testa alta / voi che avete il coraggio di dire la bugia…”.
Nel mondo iper-connesso di oggi, impregnato di post-verità, algoritmi da compiacere e slogan strillati per raccogliere un consenso facile, i “pupari” denunciati da Guccini non sono scomparsi; hanno solo cambiato abito. Sono i costruttori di narrazioni artificiali, i manipolatori della paura, chi vende soluzioni veloci a problemi complessi.
E accanto a loro prosegue la processione di servi di corte e cortigiani: una classe intellettuale ed edonista sempre più incline all’omologazione e al conformismo digitalizzato, dove la paura di essere esclusi dal coro conta più della ricerca della verità. Guccini/Cirano guarda questa sfilata di maschere e rifiuta di piegarsi: “La mia spada non si piega, la mia penna non si vende / non sono un servitore, non sono un figurante.”
Ecco perché Cirano vale oggi più che mai. È il richiamo all’integrità morale in un’epoca che premia la flessibilità dell’opportunismo. È la difesa del pensiero critico, unico e non addomesticato, contro la deriva dell’appiattimento culturale.
La spada e la rosa: la solitudine di chi non si vende. In un’epoca in cui la visibilità sembra essere l’unica misura dell’esistenza, il Cirano gucciniano ci ricorda il valore aristocratico — nel senso etico del termine — del rifiuto. Sapere dire di no. Rimanere fuori dalle stanze dei bottoni se il prezzo da pagare è la propria dignità.
Ma l’invettiva di Guccini non è mai stata sterile cinismo o misantropia. C’è un cuore pulsante sotto la corazza del guelfo scettico: l’amore disperato per l’umano, la brama di autenticità, il bisogno di sentimento puro. “Cos’è la vita senza l’amore?” si chiede il poeta tra una stoccata e l’altra. La sua solitudine non è una condanna subita, ma una scelta di libertà: guidare la propria nave “solo con la propria testa”, anche a costo di scontrarsi con gli scogli.
L’eredità di un gigante. Francesco Guccini si è ritirato dalla scena pubblica a modo suo, tornando alla terra, alle sue radici a Pavana, dimostrando fino all’ultimo che si può essere giganti anche rimanendo in silenzio, lontani dai riflettori.
Ora che la sua chitarra si è zittita, spetta a noi non far cadere quella spada. Ogni volta che rifiuteremo una bugia comoda, ogni volta che sceglieremo la complessità della verità contro la banalità del pregiudizio, ogni volta che alzeremo la testa contro i potenti di turno, staremo cantando un verso di Francesco.
Buon viaggio, Maestrone. La tua nave ha preso il largo, ma la tua rotta resta tracciata per sempre.


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