Cookie Policy Economia. Italia. Divario economico e tessuto produttivo: i numeri della spaccatura tra grandi gruppi e Pmi - Tilancio

Economia. Italia. Divario economico e tessuto produttivo: i numeri della spaccatura tra grandi gruppi e Pmi

Economia. Italia. Divario economico e tessuto produttivo: i numeri della spaccatura tra grandi gruppi e Pmi

Ti Lancio dalla Italia 17 agosto 2026 – L’economia italiana sta attraversando una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da una marcata polarizzazione tra i grandi gruppi strategici e il tessuto delle piccole e medie imprese. Se da un lato i principali player industriali, energetici e finanziari del Paese registrano indici di redditività senza precedenti, dall’altro il ceto medio e l’universo delle PMI continuano ad affrontare una compressione dei margini e del potere d’acquisto.

A trainare i risultati del vertice produttivo sono stati principalmente il settore creditizio e le grandi aziende partecipate dallo Stato. La politica monetaria restrittiva e il rapido rialzo dei tassi da parte della BCE hanno spinto il margine di interesse a livelli record. Gli utili netti aggregati dei principali gruppi bancari italiani hanno superato la soglia dei 40 miliardi di euro, consentendo una distribuzione di dividendi e operazioni di buyback con tassi di crescita dei rendimenti azionari superiori al 30-40% su base annua.

 I colossi energetici, della difesa e delle infrastrutture (come Eni, Enel, Snam, Leonardo e Poste Italiane) hanno mostrato margini operativi lordi (EBITDA) in costante crescita. Questa marginalità, unitamente all’effetto dell’inflazione su IVA e accise (il cosiddetto fiscal drag), ha garantito allo Stato entrate tributarie straordinarie, utili per il consolidamento dei saldi di bilancio.

La pressione sull’economia reale: PIL, salari e PMI A questa solidità del vertice finanziario e industriale fa riscontro una dinamica molto più complessa per il resto del sistema economico. Secondo i dati OECD e Istat, l’Italia rimane l’unico Paese dell’area OCSE ad aver registrato una variazione negativa dei salari reali rispetto a trent’anni fa (-2,9% dal 1990 al 2020). La fiammata inflazionistica del biennio recente (+15% cumulato sui beni di consumo) ha ulteriormente eroso il potere d’acquisto, a fronte di una crescita dei salari contrattuali che non ha superato il 2-3% annuo.

 A fronte dei profitti record dei grandi gruppi, la crescita del PIL nazionale si è stabilizzata su ritmi contenuti, intorno allo 0,7% – 0,9% su base annua, evidenziando come la creazione di valore concentrato non si traduca automaticamente in una spinta generalizzata per l’intero sistema.

Se i grandi gruppi accedono ai mercati dei capitali a tassi agevolati, le PMI hanno subito una contrazione dei crediti bancari (con flessioni annue del credito alle imprese minori superiori al 4%), aggravata da tassi di interesse sui finanziamenti produttivi saliti fino al 5-6%.

I dati evidenziano un divario crescente: un settore finanziario solido e multinazionali pubbliche competitive sono asset fondamentali per la stabilità del Paese, ma un’economia che accumula valore al vertice rischia di prosciugare la base produttiva sottostante.

Per garantire una crescita sostenibile non basta la tenuta dei bilanci dei grandi gruppi; occorre riequilibrare la distribuzione del valore, riducendo la pressione fiscale e burocratica sulla manifattura diffusa e restituendo capacità di spesa alle famiglie e ai lavoratori.

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