Cookie Policy VENETO. FONDAZIONE NORDEST PREVEDE CALO POPOLAZIONE AL NORD ITALIA DI 2,3 MILIONI DI PERSONE ENTRO IL 2040 - Tilancio

VENETO. FONDAZIONE NORDEST PREVEDE CALO POPOLAZIONE AL NORD ITALIA DI 2,3 MILIONI DI PERSONE ENTRO IL 2040

VENETO. FONDAZIONE NORDEST PREVEDE CALO POPOLAZIONE AL NORD ITALIA DI 2,3 MILIONI DI PERSONE ENTRO IL 2040

(Ti Lancio dal Veneto) Mestre (VE) 8 aprile 2024 – Senza migrazioni, in tutto il Nord un calo superiore ai 2,3 milioni di persone entro il 2040, passando da 27,4 milioni del 2023 a 25,1. Nel Nord-Est la riduzione sarà di 939mila persone, nel Nord-Ovest di 1,4 milioni. In testa Lombardia (-673mila), Piemonte (-493mila) e Veneto (-387mila). Nel gioco “cancella la città” sparirebbero Comuni di rilievo. Sono i dati di Fondazione Nordest.
La glaciazione demografica in Italia è cominciata. E avrà un moto accelerato come quello dei fenomeni fisici quando superano il punto di non ritorno. Cosicché i numeri diventeranno molto grandi al di là della nostra immaginazione, abituata alle sequenze lineari. In Italia, e altrove, l’avvio della glaciazione demografica è molto evidente in due indicatori: la natalità e il saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti. La natalità è scesa nel 2023 a un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia, l’undicesimo di fila dal 2013. Cioè, ogni anno si è fatto un passo indietro. 

Di seguito, l’analisi della Fondazione Nord Est che dirama oggi la prima di quattro Note dedicate alle conseguenze economiche della glaciazione.
Il saldo naturale è doppiamente in discesa: perché calano le nascite e perché aumentano le morti (che sono il minuendo nella sottrazione), man mano che si avvicinano all’età dell’exit coortidi popolazioni più numerose, come quelle del baby boom che ha caratterizzato l’Italia sessant’anni fa. Ormai il saldo naturale è arrivato a livelli perfino inferiori a quelli sperimentati in passato durante le guerre mondiali, ed è superato all’ingiù solo dalla catastrofica epidemia di influenza spagnola nel 1918. In particolare, va sottolineata l’accelerazione della caduta del saldo naturale negli ultimi dieci anni: dopo che era rimasto negativo attorno a poche decine di migliaia tra il 1994 e il 2013, ora è dieci volte più basso.

Sommando anno per anno il saldo naturale dal 1994 in poi, cioè da quando è diventato per la prima volta negativo, si ha una perdita di 2,7 milioni nella dimensione della popolazione italiana. La quale, invece di tracollare, è aumentata grazie all’immigrazione, il fenomeno nuovo per l’Italia contemporanea. 

La domanda ora è: cosa accadrà nei prossimi anni? Prossimi vuol dire da qui al 2040. Perché il 2040? Per due ragioni: la prima è che è dopodomani, cioè tra poco più di quindici anni, un tempo breve per i processi demografici e per le possibilità di influenzarli; la seconda è che qualunque cosa si riesca a fare oggi per innalzare la natalità, chi nascerà in questo arco di tempo non avrà raggiunto allora l’età per lavorare e, quindi, non contribuirà al sistema produttivo della società italiana. Partendo da questa domanda la Fondazione Nord Est ha rivisitato le recenti previsioni demografiche Istat per tutto il Nord Italia, intervenendo su due variabili importanti: il saldo migratorio interno e quello con l’estero.
Questi due saldi sono stati azzerati, non tanto perché saranno nulli, quanto perché da un lato sono molto volatili e aleatori e quindi difficili da prevedere e, dall’altro, perché l’intenzione della Fondazione è di evidenziare cosa sta accadendo nelle regioni settentrionali senza l’apporto demografico di quelle meridionali, essendo i movimenti netti interni delle persone sistematicamente unidirezionali, da Sud a Nord, e senza l’apporto degli afflussi dagli altri Paesi, che avverranno sempre più dal continente africano. Cioè, si è creato lo scenario demografico tendenziale sulla base del quale prendere coscienza della gravità dei fenomeni in atto e approntare le misure politiche necessarie. Non si sono invece toccati i tassi di natalità e il numero medio di figli per donna in età feconda, che sono previsti dall’Istat in leggero recupero. 
Una scelta dettata da una ragione pratica, di semplificazione dei calcoli, tenuto conto che gli incrementi stimati non modificano significativamente il quadro, e da una ragione politica: il modesto aumento della natalità non basta e questo è il più forte invito ad agire con la massima urgenza e determinazione, anche per la dimensione e il coraggio degli interventi, sul fronte delle nascite, trasformandole da una questione privata a una questione dell’intera società. Inoltre, le previsioni di incremento delle nascite sono scritte con l’inchiostro dell’auspicio più che con quello estratto da un modello; come dimostra l’errore compiuto sul 2023, quando si metteva in conto una prima e lieve ripresa dei figli per donna in età feconda dall’1,24 del 2022 all’1,27, e invece c’è stata un’ulteriore e marcata flessione all’1,20.

La glaciazione demografica ha effetti catastrofici sulla dimensione della popolazione settentrionale italiana. In tutto il Nord si avrà un calo superiore ai 2,3 milioni di persone entro il 2040, passando dai 27,4 milioni del 2023 ai 25,1. Nel Nord-est la riduzione sarò di 939mila persone, nel Nord-ovest di 1,4 milioni, differenza data soprattutto dalla diversa consistenza di partenza (11,6 milioni contro 15,9).

La discesa assoluta sarà fin da subito rapida: -143mila unità all’anno nei prossimi sette anni nel Nord Italia; poi si attenua a -133mila nei successivi dieci. La minore discesa nella seconda parte del periodo si spiega tutta con l’ipotesi “eroica” di aumento delle nascite annue; un aumento pari a 11mila unità tra il 2023 e il 2030 e a 23mila tra il 2023 e il 2040. Senza tale aumento e con la natalità inchiodata ai valori dello scorso anno, la discesa accelererebbe ulteriormente e si aggiungerebbero altre 385mila persone alla diminuzione della popolazione del Settentrione. Come detto, l’incremento della natalità è tutto da verificare: basti pensare che per il 2023 l’Istat un anno e mezzo fa aveva previsto al Nord 183mila nascite, mentre ce ne sono state 174mila. D’altra parte, tutte le passate previsioni demografiche hanno stimato un valore mediano di nati che si è rivelato più elevato di quanto si è effettivamente registrato. La ragione è che si sono state basate sull’assunto che il livello raggiunto dagli indicatori di natalità fosse anormalmente basso e perciò destinato a risalire; un assunto smentito dalle ulteriori diminuzioni.

La caduta della popolazione settentrionale nei prossimi diciassette anni equivale al dimezzamento degli abitanti dell’Emilia-Romagna o del Veneto. Se mettiamo in fila le regioni del Nord in base alla diminuzione assoluta prevista dei residenti, al primo posto c’è la Lombardia, con -673mila, seguita dal Piemonte (-493mila) e dal Veneto (-388mila), il quale precede l’Emilia-Romagna di poco (-386mila). Se usiamo, invece, le variazioni percentuali, il calo maggiore si ha in Liguria (-14,2%), seguita da Friuli Venezia Giulia e Piemonte (appaiate a -11,6%), Emilia-Romagna (-8,7%), Veneto (-8,0%), Lombardia (-6,7%), Trentino (-3,8%) e Alto Adige (-1,2%).

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