Ti Lancio dalla Ungheria Budapest 20 luglio 2026– La transizione politica in Ungheria ha subito un’accelerazione brutale e, per molti versi, senza precedenti nella storia recente dell’Europa centrale. Con il voto favorevole al 17° emendamento costituzionale, il Parlamento di Budapest ha decretato la rimozione immediata del Presidente della Repubblica, Tamás Sulyok.
Non si tratta di una semplice crisi istituzionale, ma dell’atto più radicale compiuto dal nuovo Primo Ministro Péter Magyar per smantellare quello che definisce il “sistema di potere profondo” ereditato da sedici anni di governo di Viktor Orbán.
Per comprendere la portata della destituzione, è necessario analizzare la figura di Tamás Sulyok. Giurista di lungo corso, già presidente della Corte Costituzionale, Sulyok era salito al Formigaro (il palazzo presidenziale di Budapest) solo pochi mesi prima, eletto dalla allora maggioranza di Fidesz per superare lo scandalo dei decreti di grazia che aveva travolto la sua preceditrice, Katalin Novák.
Considerato un tecnocrate di altissimo profilo ma di assoluta fedeltà alla linea conservatrice e sovranista, Sulyok rappresentava per l’opposizione l’ultimo grande ostacolo istituzionale. Il nuovo esecutivo guidato da Magyar lo ha ripetutamente accusato di aver utilizzato il suo ruolo non come garante neutrale della Costituzione, ma come “notaio automatico” delle leggi di Orbán, oltre a sollevare dubbi su passate transazioni fondiarie risalenti agli anni ’90, cavalcate dalla nuova maggioranza per minarne la legittimità morale.
Il voto contro Sulyok non è un fulmine a ciel sereno, ma la tessera di un mosaico riformista molto più ampio. Forte di una maggioranza dei due terzi conquistata dopo il crollo elettorale di Fidesz, Péter Magyar sta portando avanti una strategia di de-orbanizzazione dello Stato attraverso strumenti legislativi blindati.
L’emendamento che ha rimosso il Presidente introduce infatti modifiche strutturali che ridisegnano i pesi e contrappesi dello Stato ungherese. Limiti stringenti ai mandati: introduzione di un tetto massimo di 12 anni per l’esercizio delle funzioni parlamentari, una misura pensata per impedire la formazione di nuove oligarchie politiche a lungo termine. Azzeramento dei vertici giudiziari: il fissaggio del limite d’età a 70 anni per i membri della Corte Costituzionale ha provocato l’uscita automatica di figure chiave del precedente assetto, tra cui l’influentissimo Procuratore Generale Péter Polt, da tempo nel mirino delle opposizioni per la gestione dei fascicoli sulla corruzione. La svolta anti-corruzione: l’istituzione di un Ufficio indipendente con poteri speciali per il recupero dei beni pubblici, mirato a investigare sui patrimoni accumulati dagli oligarchi vicini al clan Orbán.
La reazione delle opposizioni (oggi rappresentate da Fidesz) è stata di totale arroccamento. I deputati fedeli a Orbán hanno boicottato l’aula, parlando esplicitamente di “golpe costituzionale” e di una deriva autoritaria paradossalmente guidata da chi si proclamava restauratore della democrazia.
Ora la battaglia si sposta sul piano formale. La prassi vorrebbe che fosse lo stesso Sulyok a firmare l’emendamento entro cinque giorni. La presidenza ha fatto sapere di considerare l’atto illegittimo, aprendo la strada a due possibili scenari: un ricorso d’urgenza a una Corte Costituzionale ormai decimata o il rifiuto di firmare. Il premier Magyar ha già risposto alzando la posta: in caso di resistenza, il Parlamento procederà con la messa in stato d’accusa (impeachment) per grave violazione dei doveri costituzionali, una mossa che formalizzerebbe la cacciata d’ufficio.
L’eco di quanto accaduto a Budapest risuona con forza nelle cancellerie europee. Se la rimozione di un Capo dello Stato per via legislativa fa sollevare più di un sopracciglio ai puristi del diritto costituzionale a Bruxelles, la Commissione Europea osserva il processo con un pragmatismo dettato dai fatti.
La caduta dei bastioni del potere orbaniano ha già prodotto il suo effetto principale: lo sblocco di circa 16 miliardi di euro di fondi comunitari (tra Fondo di Coesione e PNRR) precedentemente congelati per le violazioni dello Stato di diritto dell’era Orbán. Il nuovo corso di Budapest, offrendo garanzie di indipendenza sulla gestione dei fondi e azzerando i vertici legati al passato, punta a reinserire a pieno titolo l’Ungheria nel motore decisionale dell’Unione Europea, isolando definitivamente la parentesi illiberale. Resta da vedere se i metodi radicali utilizzati da Magyar per curare il sistema non finiscano per creare un nuovo, pericoloso precedente nella gestione del potere a Budapest.


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