Ti Lancio da ROMA 23 ottobre 2026 – L’economia italiana dimostra una capacità di tenuta e adattamento superiore alle attese. Il Centro Studi Confindustria ha ufficialmente rivisto al rialzo le stime di crescita del PIL nazionale per il 2026, portandole al +1,0% (rispetto allo +0,5% stimato a inizio anno). A fare da locomotiva è la produzione manifatturiera, sostenuta dalla spinta decisiva del PNRR, dalla ripresa degli investimenti aziendali in macchinari e innovazione (+3,3%) e dalla tenuta delle esportazioni sui mercati esteri.
Un quadro complessivo positivo che nasconde, tuttavia, dinamiche a diverse velocità lungo lo Stivale e nodi strutturali che continuano a preoccupare gli imprenditori.
L’impatto di questa ripresa non si distribuisce in modo omogeneo sui territori, evidenziando il ruolo determinante delle vocazioni industriali locali. Nord-Est e distretti manifatturieri. Regioni a forte trazione export come il Friuli Venezia Giulia registrano segnali di ripresa con investimenti aziendali stimati in crescita del +2% nel 2026 e un recupero delle esportazioni del +4,6%, sostenuti dal trasferimento tecnologico e dalla formazione (ITS). Il cuore della Meccanica e dell’Automotive (Lombardia ed Emilia-Romagna). La tenuta degli investimenti in beni strumentali sta premiando i principali hub della meccanica di precisione e del packaging. Tuttavia, sui territori pesa il forte rallentamento del comparto moda-tessile e le incertezze dell’automotive, che risentono sia della transizione verso l’elettrico che delle oscillazioni della domanda europea. La crescita nelle regioni del Centro e del Sud è trainata principalmente dai cantieri legati alle opere pubbliche e dalle infrastrutture del PNRR, affiancata dal buon andamento del comparto turistico-servizi. Resta invece più frammentata la ripresa del settore manifatturiero locale, penalizzata dal minor grado di internazionalizzazione di alcune filiere.
Nonostante il miglioramento del dato aggregato, le associazioni territoriali di categoria confermano che i margini delle imprese restano sotto forte pressione. Due sono le principali minacce che mettono a rischio la continuità dello sviluppo. In Italia il prezzo dell’elettricità e del gas continua a registrare scostamenti negativi superiori al 35% rispetto a concorrenti europei come la Germania. Un fattore penalizzante che incide direttamente sulla competitività delle aziende manifatturiere ad alto consumo di energia. L’inasprimento delle tensioni geopolitiche e l’introduzione di nuove barriere doganali nei mercati chiave (a partire dagli USA) continuano a ostacolare i flussi dell’export italiano, costringendo le PMI a riorganizzare costantemente le catene di fornitura. “Il +1,0% dimostra la straordinaria flessibilità del nostro tessuto produttivo e la bontà degli investimenti in innovazione. Tuttavia, le imprese non possono compensare all’infinito i deficit strutturali con la sola efficienza interna: servono politiche energetiche europee e strumenti di tutela delle filiere territoriali.” ha affermato Fabio Storchi, past president di Federmeccanica.


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