Mentre il Presidente USA incassa il “no” della maggior parte dei membri dell’Alleanza, Repubblica Ceca, Stati Baltici e Balcani si schierano con Washington. Cresce la tensione con l’asse Roma-Berlino, mentre i prezzi del petrolio infiammano l’economia globale
(Ti Lancio dal Belgio) Bruxelles 24 marzo 2026 – La coalizione NATO si trova di fronte a una delle fratture più profonde della sua storia recente. Ad oggi, su 32 Stati membri, solo sei hanno espresso un sostegno pubblico e diretto alle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Un dato che conferma le difficoltà del Presidente Donald Trump nel compattare gli alleati attorno a un conflitto che molti considerano una violazione del diritto internazionale.
L’asse del consenso si concentra nell’Europa dell’Est e nei Balcani. Repubblica Ceca, Albania, Kosovo, Macedonia del Nord, Lituania e Lettonia sono gli unici membri ad aver avallato l’offensiva. Le motivazioni variano dalle feroci condanne alle “aggressioni informatiche” iraniane (Albania) alla necessità di fermare il programma nucleare di Teheran (Lituania e Rep. Ceca). La presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, ha parlato esplicitamente di “leadership degli Stati Uniti” per portare la libertà al popolo iraniano.
Dall’altro lato, la resistenza è guidata dalle principali potenze europee. La premier italiana Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno espresso critiche severissime. Merz è stato categorico a Bruxelles: “La NATO è un’alleanza difensiva, non interventista. Non ha nulla a che fare con questa situazione”.
Ancora più duro il premier britannico Keir Starmer, che ha dichiarato di non voler trascinare il Regno Unito in una “guerra più ampia”, mentre il lussemburghese Xavier Bettel ha liquidato le richieste di Trump come un vero e proprio “ricatto”.
La tensione è salita alle stelle dopo le ultime dichiarazioni di Trump su Truth Social. Il Presidente ha suggerito che, una volta “finito” l’Iran, gli Stati Uniti potrebbero rifiutarsi di proteggere lo Stretto di Hormuz per conto terzi. “Questo metterebbe in moto i nostri alleati poco reattivi, e in fretta!”, ha tuonato Trump, minacciando di lasciare l’onere della sicurezza del passaggio petrolifero — vitale per l’Europa — ai paesi che lo utilizzano. Un guanto di sfida lanciato proprio mentre la chiusura dello stretto sta facendo lievitare i prezzi del greggio in tutto il mondo.
Il Ssegretario Generale Mark Rutte ha cercato una mediazione difficile: pur elogiando l’azione USA per ridurre la capacità missilistica iraniana, ha ribadito che “non c’è alcun piano per un coinvolgimento diretto della NATO”.
In questo clima di incertezza, alcuni paesi come Danimarca e Finlandia mantengono una posizione neutrale sugli attacchi, ma si dicono pronti ad aiutare gli Stati Uniti a garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto, con l’obiettivo di allentare la tensione.
Mentre gli hacker iraniani tentano di aggirare l’isolamento sfruttando la rete Starlink, il mondo osserva le prossime mosse di Washington. Con solo sei alleati su trentadue pronti a seguire Trump nel conflitto, la tenuta diplomatica dell’Occidente è ai minimi storici. La partita si sposta ora sul piano economico: con lo Stretto di Hormuz chiuso e l’ultimatum di 48 ore che scade, l’ombra di una crisi energetica globale si fa ogni ora più densa.


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