(Ti Lancio dall’Iran) Teheran 12 gennaio 2026 – Dall’Iran e attraverso i social arrivano foto e video che mostrano giovani donne bruciare il ritratto dell’ayatollah Ali Khamenei. Con quelle fiamme si accendono una sigaretta. Le immagini arrivano mentre il Paese è attraversato da una nuova e più forte ondata di proteste, alimentata dalla crisi economica e dal peggioramento delle condizioni di vita. Ma il loro significato va oltre l’emergenza del momento: quei gesti sintetizzano una rottura politica e culturale e la necessità di una svolta, di libertà; in essi vediamo il rifiuto dell’autorità del leader supremo e delle norme sociali che a lungo hanno limitato e stigmatizzato le donne, i giovani e lo sviluppo dell’intero Paese. Fumare in pubblico, in Iran, è stato per decenni un comportamento tollerato per gli uomini e disapprovato per le donne. Unire il rogo dell’immagine di Khamenei a quell’atto significa mettere in discussione allo stesso tempo il potere politico-religioso e l’ordine morale che lo sostiene.
Questa forma di protesta non nasce dal nulla. Dalla morte di Mahsa Amini nel 2022 in poi, le donne iraniane hanno progressivamente spinto più in là i confini del dissenso. Prima togliendosi l’hijab nelle università e negli spazi pubblici, poi tagliandosi i capelli e bruciando il velo, poi ancora facendo cadere i turbanti dalle teste dei religiosi o partecipando a eventi sportivi senza coprirsi. Negli ultimi mesi la protesta si è fatta ancora più diretta, fino ad arrivare alla nudità come atto politico, come nei casi di Ahou Daryaei all’Università Azad di Teheran e della donna salita sul tetto di un veicolo della polizia. Intanto le proteste si sono estese a 192 città, mentre il numero dei morti e degli arrestati continua a crescere.
La risposta del regime è stata durissima e non ha avuto più il pudore di nascondersi ai media internazionali: uccisioni, arresti di massa, violenze e blackout di internet per impedire la diffusione delle notizie. Una repressione non ha ridotto la partecipazione, anzi: ha contribuito a rendere più radicali le manifestazioni e più esplicito il loro significato.
Un intero sistema politico adesso è messo in discussione.
Dall’estero, molte iraniane in esilio cercano di dare una direzione politica a questa mobilitazione. Dal Regno Unito Laila Jazayeri, direttrice dell’Association of Anglo-Iranian Women, ha dichiarato che l’obiettivo è una repubblica iraniana “pluralista, laica e non nucleare”. Accanto a chi chiede un processo democratico guidato da rappresentanti eletti, c’è chi però teme che il vuoto venga riempito dal ritorno della monarchia, con Reza Pahlavi, figlio dello Scià deposto. Ma al di là delle differenze, un dato è ormai evidente: le donne sono diventate il motore politico e simbolico della protesta iraniana; il conflitto con il regime è diventato più profondo e più difficile da ricomporre.
La paura, uno degli strumenti principali degli oppressori, non funziona più.


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