(Ti Lancio dalla Groenlandia) Nuuk 7 gennaio 2026 – L’ordine mondiale post-bellico scricchiola sotto la pressione di una nuova dottrina dell’egemonia. Dopo l’intervento militare in Venezuela, l’amministrazione Trump riaccende i riflettori sulla Groenlandia, confermando che l’opzione militare per l’acquisizione dell’isola “resta sul tavolo”. Non è più una provocazione sociale, ma una strategia di Stato che scuote le fondamenta della NATO.
L’azione statunitense contro il regime di Nicolás Maduro confermi una lezione storica spesso ignorata: abbattere un dittatore non garantisce stabilità immediata. I cambiamenti forzati dall’alto non cancellano strutture di potere radicate; il rischio concreto è la sostituzione di una tirannia con un caos prolungato, un discapito della popolazione civile.
Le capitali europee leggono il precedente venezuelano come un pericoloso monitor. La risposta del Primo ministro danese, Mette Frederiksen, è una griglia d’allarme per l’intero Occidente: “Un attacco americano a un alleato della NATO segnerebbe la fine di tutto” . Se il garante dell’Articolo 5 (difesa collettiva) si trasforma in potenziale aggressore, l’architettura di sicurezza che ha garantito la pace dal 1945 a oggi crolla definitivamente.
Dietro la caccia ai minerali critici e alle terre rare, necessari per la sfida tecnologica globale, ci sono 56.000 cittadini groenlandesi. “Non siamo un oggetto, siamo un popolo”, ammonisce il premier Jens-Frederik Nielsen.
Il passaggio dal concetto di “alleato” a quello di “asset da acquisire” segna il tramonto del diritto internazionale a favore di una “ragione di forza”. In un mondo che osserva (Cina e Russia in primis), la Groenlandia diventa il simbolo della resistenza dell’autodeterminazione dei popoli contro la logica dei conquistatori.


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