Ti Lancio dalla Puglia 2 agosto 2026 – Mentre il mondo della politica, gli enti locali, i sindacati e le associazioni datoriali cercano faticosamente di tracciare una rotta per il futuro dell’ex Ilva di Taranto — scossi dall’ordinanza della Corte d’Appello di Milano che ha imposto la sospensione dell’area a caldo entro il prossimo 27 ottobre —, il colosso indiano Jindal Steel International sceglie la strada dell’accelerazione.
Nessun ripensamento, nessuna ritirata. Nonostante il quadro giuridico e produttivo si sia complicato, il gruppo indiano ribadisce di voler rilevare l’intero complesso aziendale e sollecita le istituzioni italiane a fare in fretta.
La lettera alla Camera: «Intesa sostanzialmente raggiunta».
A svelare le ultime mosse dell’investitore è una lettera inviata alla Commissione Finanze della Camera dei deputati, firmata da Narendra Kumar Misra, direttore delle operazioni europee del gruppo. Nel documento — indirizzato all’organismo parlamentare in cui è approdato il decreto per il finanziamento da 100,5 milioni di euro a favore di AdI in amministrazione straordinaria — Jindal mette nero su bianco lo stato dell’arte e ringrazia le istituzioni per lo sforzo profuso nel garantire la continuità operativa dell’impianto.
«Considerato che abbiamo sostanzialmente raggiunto un’intesa con i Commissari, sotto la guida del Governo, in merito ai termini dell’acquisizione di Ilva […] confermiamo la nostra piena disponibilità a procedere con la massima celerità alla finalizzazione degli accordi e al perfezionamento dell’acquisto».
Un passo ufficiale che conferma come i fitti colloqui dei mesi scorsi tra Jindal e la struttura commissariale avessero portato a uno schema d’intesa pronto per essere annunciato al tavolo di Palazzo Chigi lo scorso 28 luglio. Poi, però, il verdetto dei giudici milanesi ha sparigliato le carte.
Come spiegato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, la decisione della magistratura impone una revisione profonda della gara. Il bando su cui poggiavano le offerte dei competitor va inevitabilmente riaggiornato e riperimetrato, focalizzandosi — almeno nella fase transitoria — sulla sola area a freddo.
Il nodo più drammatico resta quello occupazionale: l’eventuale spegnimento dell’area a caldo minaccia di travolgere migliaia di lavoratori diretti e di mettere in ginocchio l’intero indotto ionico. Sullo sfondo restano poi gli investimenti per la riconversione e la bonifica delle aree già liberate.
La partita decisionale è di fatto sospesa. La palla passa ora al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), che da martedì 4 agosto aprirà una serie di incontri tecnici in via Veneto. Il confronto coinvolgerà i sindacati, i rappresentanti dell’indotto, ma anche i vertici di Federmeccanica, Confindustria e Federacciai, per sondare ogni possibile alternativa industriale e valutare l’interesse di altri investitori. L’obiettivo dell’esecutivo è presentarsi al nuovo vertice di Palazzo Chigi, previsto per settembre, con indicazioni concrete da consegnare ai Commissari per la stesura del bando modificato.
Di fronte alle incertezze del governo, la posizione della multinazionale indiana appare invece netta. Jindal punta ad acquisire sia l’area a freddo che l’area a caldo, prendendosi il rischio d’impresa per il riavvio di quest’ultima nel rispetto dei vincoli imposti dal Tribunale di Milano.
Nel frattempo, per non fermare i rulli di Taranto, Genova e Novi Ligure, il gruppo garantisce un piano di forniture strategico: fino a 4 milioni di tonnellate all’anno di bramme da dirottare direttamente dal maxi-altoforno recentemente inaugurato dal gruppo in India, garantendo da subito il funzionamento a pieno regime dell’area a freddo.
Ulteriori 2 milioni di tonnellate di bramme a basse emissioni di \bm{CO_2} disponibili entro dicembre 2027 dall’impianto in Oman.
Sul lungo periodo, l’obiettivo dichiarato è l’installazione di un forno ad arco elettrico a Taranto per tornare a colare acciaio in loco. Una strada che, secondo la multinazionale, garantirebbe «il mantenimento di un numero significativamente maggiore di posti di lavoro rispetto a qualsiasi operazione limitata alla sola area a freddo».
La proposta è sul tavolo, i volumi di materia prima sono garantiti. Ora la palla torna a Roma: Jindal chiede di chiudere presto, ma il Governo deve prima sciogliere il nodo legale e sociale del nuovo bando di gara.


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