Cookie Policy Economia. Puglia. Ex Ilva al bivio finale: attesa per il 28 luglio, 'smantellamento' e svolta di Jindal - Tilancio

Economia. Puglia. Ex Ilva al bivio finale: attesa per il 28 luglio, ‘smantellamento’ e svolta di Jindal

Economia. Puglia. Ex Ilva al bivio finale: attesa per il 28 luglio, ‘smantellamento’ e svolta di Jindal

Ti Lancio dalla Puglia Taranto 14 luglio 2026 – A quattordici anni dal memorabile sequestro dell’area ordinato dalla Procura di Taranto nel luglio 2012, e a due anni dall’avvio delle procedure per rimettere l’azienda sul mercato dopo il fallimento della gestione ArcelorMittal, l’ex Ilva si ritrova sospesa sull’orlo dell’ennesimo, drammatico precipizio della sua storia recente.

I numeri descrivono un malato cronico in terapia intensiva: la produzione di acciaio è ferma al minimo storico di 2 milioni di tonnellate su base annua, la cassa integrazione tocca livelli altissimi e gran parte degli impianti tarantini giace inerte. Tra questi anche l’altoforno 1, ancora sotto sequestro dopo il grave incendio divampato nel maggio 2025.

Il governo ha rotto gli indugi convocando i sindacati a Palazzo Chigi per il prossimo 28 luglio, anticipando di fatto l’autoconvocazione di protesta minacciata da Fim, Fiom e Uilm. Sarà, con ogni probabilità, lo snodo decisivo. I motivi dell’urgenza sono essenzialmente finanziari: gli aiuti di Stato stanno per terminare. A breve verranno erogati gli ultimi 140 milioni di euro del prestito ponte (autorizzato dall’UE fino a un tetto di 390 milioni), dopodiché per l’amministrazione straordinaria sarà finita l’ossigeno. L’ingresso di un partner privato non è più rinviabile.

Al momento, l’unico interlocutore concreto a un passo dall’accordo è il colosso indiano Jindal, già fattosi avanti nell’estate del 2024 e rimasto in corsa anche nel secondo bando di agosto 2025. La sua proposta, tuttavia, rischia di far saltare la pace sociale.

L’offerta del gruppo indiano prevede una radicale ristrutturazione dello stabilimento ionico: taglio del personale, assorbimento di soli 4.500 degli oltre 8.000 dipendenti attualmente in organico a Taranto.

Produzione dimezzata e import: transizione verso un forno elettrico per produrre solo 2 milioni di tonnellate in loco, importando le restanti 4 milioni di tonnellate di semilavorati direttamente dall’acciaieria Jindal in Oman per la finitura a Taranto.

Una prospettiva di forte ridimensionamento che ha spinto i sindacati sulle barricate, con la richiesta perentoria di un intervento strutturale e permanente dello Stato nell’azionariato per salvaguardare i livelli occupazionali.

La preoccupazione per l’egemonia di Jindal non agita solo i lavoratori, ma unisce sindacati e industriali. Simone Bettini, presidente di Federmeccanica, è tornato a chiedere a gran voce una cordata italiana, definendo l’acciaio nazionale un asset “troppo strategico” per l’intera manifattura. Posizione condivisa da Salvatore Toma, presidente di Confindustria Taranto, che ha sollecitato il ministro delle Imprese Adolfo Urso a fare un ultimo tentativo per riunire i produttori siderurgici italiani.

In questa fessura si è inserito il fondo statunitense Flacks, competitor teorico di Jindal ma ad oggi considerato defilato per non aver presentato un’offerta vincolante. Flacks ha lanciato un duro affondo: “Se andasse in porto il piano Jindal assisteremmo a migliaia di esuberi e alla trasformazione dell’ex Ilva in una realtà siderurgica di dimensioni ridotte. Noi, insieme a partner del calibro di Metinvest Adria e Danieli, puntiamo invece a preservare l’intera capacità produttiva e tutti i posti di lavoro.”

A rendere l’atmosfera ancora più incandescente è lo scontro politico sul decreto legge 107/2026. Il provvedimento ha infatti spostato le risorse destinate all’impianto di preridotto di ferro (DRI) – fondamentale per alimentare i forni elettrici puliti – dal Ministero dell’Ambiente (Mase) a quello delle Imprese (Mimit), svincolandole però dall’obbligo di essere utilizzate per la decarbonizzazione di Taranto.

Il 28 luglio il Governo dovrà sciogliere questo intricatissimo nodo gordiano: accettare il ridimensionamento industriale e occupazionale pur di salvare lo stabilimento con capitali esteri, o rischiare il blocco totale di una delle acciaierie più grandi d’Europa.

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