SCHNEIDER, FEDERALBERGHI FVG: ‘ORA NON CI RESTA CHE AVERE FIDUCIA’

«Non basta per ripartire, ma aiuta. E poi sono fiduciosa. La gente ha voglia di uscire, di riprendersi spazi ed esperienze. Ora è meglio star chiusi un giorno in più che in meno, pur di ripartire, poi, una volta per tutte».Paola Schneider, presidente di Federalberghi Fvg, commenta così il decreto Sostegni che il Governo Draghi ha varato venerdì e guarda con rinnovata positività ai mesi che verranno.«I ristori non sono granché, sia chiaro, variano dall’1,5 al 5% sul fatturato perso l’anno scorso – precisa la presidente -. Tuttavia, è vero che per il turismo sono previsti diversi canali di intervento. Uniti ai ristori della Regione, che ha agito con un occhio di riguardo nei confronti del turismo, possiamo dire che qualcosa è stato fatto. Come ha detto il Governo presentando il provvedimento – aggiunge -: è un primo passo, non la risposta definitiva».Schneider condivide con Draghi la certezza che valga la pena sostenere il comparto perché «il turismo tornerà a essere un’impresa prospera», archiviata la pandemia. La presidente ha in memoria i weekend di febbraio 2021, quando gli alberghi avevano potuto restare aperti nelle zone di villeggiatura: «Le persone c’erano ed era evidente la necessità di uscire, di tornare a una vita di normalità. Sono convinta anch’io che si riprenderà».È necessario, però, agire con in modo adeguato. Per questo la presidente di Federalberghi conferma «la validità del passaporto vaccinale per mobilitare il flusso turistico o l’attestazione di un tampone negativo recentissimo». Necessario, inoltre, «implementare la campagna vaccinale, coinvolgendo anche gli operatori turistici. Ciò ci consentirà di poter giocare la carta della sicurezza sul fronte promozionale, quella che l’anno scorso è riuscita a dare al Friuli Venezia Giulia una stagione estiva decente».Sono questi gli strumenti per guardare al futuro. Auspicando una loro applicazione accelerata, Schneider è pronta a dire: «Meglio rimanere chiusi un giorno in più che in meno, pur di ricominciare senza doverci fermare di nuovo. Pensavamo di non aver abbastanza pazienza e invece stiamo scoprendo di averla infinita».Sul più lungo periodo, comunque, «serviranno sostegni qualificati per importanti interventi di ammodernamento e adeguamento delle strutture. Attendiamo il superbonus del 110% anche per le categorie commerciali inserito nel Recovery plan – esemplifica Schneider – e poi le linee di supporto bancarie, i finanziamenti regionali e gli interventi su più fronti per garantire ai turisti sicurezza e affidabilità».Il comparto turistico è atteso a nuove sfide, dunque, dopo il ciclone Covid 19, ma è pensando a questi scenari che Schneider si dice «fiduciosa nella ripresa».

A PESARIIS, IN VAL PESARINA, IL ‘VALTEMPO RELAIS’, UN HOTEL NUOVO IN UN PALAZZO ANTICHISSIMO

Peasriis è un piccolo gioiellino. Un paesino fra le montagne della Carnia, in provincia di Udine. Novantuno abitanti: 91. Però: pare di essere al centro del mondo. Sì, a Pesariis c’è tanta energia. Anche se è isolato, lontano da tutto o quasi: ci troviamo in Val Pesarina. Eppure. C’è una magia. E’ il paese degli orologi, nel Comune di Prato Carnico (Ud). Un’antichissima tradizione lo vede come luogo deputato alla creazione di orologi per torri civiche e campanarie, questo già a partire dal 1725. Gli orologi sono ancora più particolari se ricoperti da una coltre di neve: l’orologio ad acqua, a vasche d’acqua, ad acqua e vasi basculanti, e poi l’orologio calendario perpetuo, quello con carillon, e dei pianeti, a meridiana, planisfero notturno, a palette giganti.

La meridiana orizzontale, la meridiana del 1770, l’orologio a scacchiera, a cremagliera ed anche l’orologio di Leonardo Da Vinci. Questa è storia: la realtà oggi è fatt’anche di un nuovissimo relais. Valtempo relais: 20 posti letto in una antichissima casa, completamente ristrutturata, di Fabio Massaro (nella foto in alto e in basso con Massimiliano Cecotto), un uomo innamorato di Pesariis, perché lì c’è nato. ‘Vivo a Verona, ma il mio cuore è a Pesariis’, conferma. Un investimento e Pesariis può contare su di una nuovissima struttura ricettiva dotata anche di un centro benessere. Camere accoglienti, silenzio, il tutto in armonia con la natura. ‘Il mio principale obbligo morale per questo paese è offrire posti di lavoro – spiega Massaro – e con questa nuova attività – pronta un anno fa e poi in stand by a causa del Covid – riusciamo a fare lavorare una famiglia del luogo, e questo mi riempie di orgoglio’. Massaro è titolare della Itabedis (azienda nota per la lavorazione dell’acqua) in provincia di Verona, le sue attività imprenditoriali gli hanno consentito di poter investire anche in Carnia. Un desiderio reso ancora più forte ed evidente nella sua mente dopo essere scampato al Covid. Massaro è stato uno dei primi pazienti ad avere contratto il virus, il mese di marzo dello scorso anno. ‘Da allora mi sento cambiato: se già prima desideravo fare del bene, creare occupazione, oggi questo è il mio principale obiettivo, con più forza e determinazione di prima. Questo luogo merita tutto ciò ed altro, e soprattutto qualità dei servizi ricettivi. Ciò significa tenere aperto sempre (ove e quando possibile), accoglienza, disponibilità’. Anche Massaro sulla scia della tradizione degli orologi: ha creato alcuni modelli tutti in legno, da polso. Oggetti di grande valore intrinseco, ed al contempo belli e raffinati: www.valtempo.com. ‘La mia priorità è continuare la tradizione a Pesariis, ho investito, ci credo, non sono interessato al profitto: voglio far continuare a vivere il paese degli orologi’. Nella cronaca di una giornata d’inverno a Pesariis la presenza stupita anche di Massimiliano Cecotto, direttore commerciale di Credifriuli: ‘La nostra banca è vicina al territorio. Ammirare l’impegno di imprenditori come Massaro, fa bene: da speranza e fiducia per il futuro’. 

TRIESTE IN PANDEMIA: LE FOTO

di Luigi Putignano

Un fine settimana uggioso a Trieste. Che di colorato ha solo l’arancione della zona nella quale, almeno per la prossima settimana ancora, l’intero Friuli Venezia Giulia si ritroverà, stando ai parametri stabiliti dal comitato tecnico scientifico e dal commissario all’emergenza sanitaria da Covid-19. E’ la pandemia vissuta nella città più a sud dell’Europa centrale e più a nord di quella meridionale. Che, dal suo esordio, ha portato “in dote” alla città giuliana e al suo territorio 12 mila 953 contagiati e 519 decessi (fonte Regione Fvg al 22 gennaio). Un calo delle attività commerciali tale da aver decretato un cambiamento epocale del variegato tessuto cittadino. Sta soffrendo il centro, anima borghese di una città cosmopolita, così come le periferie, popolari e una volta chiassose, a volte lontane anche chilometri dal “salotto” cittadino. Sta soffrendo il negozio di vicinato (anche se in misura minore) ma anche lo shopping mall ipertrofico. Poca gente in giro, i numerosi caffè, peculiarità tutta triestina, che lavorano a ritmo ridotto per l’asporto obbligato fino alle 18. Dopo neanche quello. I dehors, che a Trieste sono sempre super affollati, nonostante la latitudine del capoluogo del Fvg sia la stessa della continentale Lione in Francia, e che da sempre ricreano quell’atmosfera tutta levantina della città, in questo periodo sono sbarrati. Come la scena di un crimine. Ci sono ma non li può toccare. Neanche per girare lo zucchero nel caffè, comprato pochi metri prima e servito all’uscio sui classici tavolini zincati o in granito. C’è poca gente in giro, poche auto. Le rive, che normalmente sembrano una sorta di autostrada urbana a quattro corsie, sono semi deserte. Piazza Goldoni, centro nevralgico da cui si dipartono le principali arterie cittadine, lo è altrettanto. Solo i rider, con i loro caratteristici borsoni termici, sfrecciano numerosissimi in scooter e in bici, per pochi euro (secondo gli ultimi dati dell’osservatorio di JustEat, Trieste, nel 2019, era ai primi posti in Italia per utilizzo delle piattaforme di digital food delivery. Figuriamoci ora). In compenso sono ancora numerosi i triestini che fanno jogging o passeggiate veloci lungo i pittoreschi percorsi che il Carso mette a disposizione (Trieste è una delle città più sportive del Paese, stando alle classifiche de Il Sole 24 Ore)Anche luoghi simbolo come la piazza sul mare per antonomasia, piazza dell’Unità d’Italia, appare desolatamente semivuota, con una dei brand, lo storico “Caffè degli Specchi” che ha sua volta “brandizza” il detergente igienizzante posto all’ingresso di uno dei caffè storici della “piccola Vienna sul mare”. Da Piazza dell’Unità si vede il mare, che ha fatto la fortuna della città, e che può contribuire a rilanciarla. Le navi da crociera che lo scorso anno e questo avrebbero dovuto imbarcare e sbarcare vagonate di passeggeri in stazione marittima, di fronte a quello che fu uno dei più grandi hotel dell’impero asburgico, l’Excelsior, sono si presenti in gran numero in questi mesi a Trieste, ma desolatamente parcheggiate nei pressi dell’arsenale marittimo e dei container in porto nuovo. Porto che, in controtendenza con quanto sta accadendo in città, cresce e si sviluppa anche grazie ad accordi con compagnie straniere che ne decreteranno il rilancio, già in atto da alcuni anni, e ne rispolvereranno quell’aura di internazionalità che si era andata appannandosi negli anni scorsi.

TURISMO, CHIAVEGATO: ‘SERVONO INTERVENTI FORTI PER FAR TORNARE TURISTI IN ITALIA’

«Il comparto turistico ha bisogno che si adottino politiche statali e regionali estremamente aggressive per riportare gli ospiti stranieri in Italia. Continuare a puntare solo sul turismo interno e locale, infatti, significa passarci la palla all’interno di un sistema chiuso e lasciare ad altri affari per 44,3 miliardi. Appena sarà possibile viaggiare con maggiore libertà dobbiamo essere pronti con politiche forti ad hoc». È la proposta-appello che mette in campo Mattiarmando Chiavegato, attivo nel settore dell’ospitalità in Fvg ed a Venezia (Hotel Messner ****), preoccupato che, per effetto delle conseguenze Covid-19, l’Italia sia tagliata fuori dalle mete del turismo internazionale, una voce cruciale per i bilanci delle attività dedicate all’ospitalità e a tutti i servizi connessi. Secondo dati di Bankitalia, nel 2019 la spesa dei viaggiatori stranieri in Italia è stata di 44,3 miliardi e secondo i numeri di Unioncamere la spesa turistica complessiva è arrivata a 84 miliardi, con il 45,3% generato dal turismo straniero. «Si tratta dei turisti che hanno una maggiore propensione alla spesa – prosegue Chiavegato -: a seconda della nazionalità, la spesa media giornaliera varia dai 102 ai 149 euro, con una permanenza media di 4 giorni, esclusi i costi aerei». Sono cifre che indicano come «questi turisti lascino nei nostri hotel, ristoranti, negozi e servizi un importo simmetrico a quello del bonus vacanze da 500 euro ideato dallo Stato quest’anno per incentivare il turismo interno. La sostanziale differenza – evidenza l’imprenditore – sta nel fatto che per il bonus le risorse sono messe dallo Stato, quindi sono sempre soldi nostri e l’iniziativa è a debito». In sostanza, se il “bonus vacanza” 2020 «è stato meglio di niente, ma ha prodotto effetti positivi limitati perché i beneficiari sono soggetti con poca o scarsa capacità di spesa», per Chiavegato urge ritornare ad essere molto attrattivi sul fronte estero. «È da lì che arriverà l’ossigeno per una ripartenza vera ovunque e in particolare nelle città d’arte, motore trainante di una lunga filiera», aggiunge, indicando anche una misura attrattiva possibile. «Dobbiamo catalizzare il turismo straniero con iniziative dirompenti – ribadisce -. Penso a incentivi simili a quello della “continuità territoriale” Ue, cioè lo strumento legislativo che garantisce i servizi di trasporto nelle regioni più disagiate all’interno di una nazione. In questo momento è l’Italia a essere una delle regioni più disagiate in Europa e merita un supporto dedicato – continua Chiavegato -. In deroga al principio di libero mercato – pensa -, ci potrebbero essere incentivi statali che abbassino drasticamente il costo dei biglietti aerei per tutto il traffico inbound. Una formula applicabile innanzitutto attraverso le compagnie aeree nazionali, senza limitarsi a esse».

TURISMO ESTATE 2020 IN FVG: HA TENUTO NONOSTANTE IL COVID

«Non si è certo colmato tutto ciò che si è perso, ma da metà luglio a settembre inoltrato la stagione estiva in montagna e al mare in Friuli Venezia Giulia è stata decisamente meglio di ciò che ci si aspettasse. Per il 90% i clienti sono stati italiani, austriaci e tedeschi sono arrivati solo a settembre. A soffrire maggiormente sono state le città d’arte e i capoluoghi: lì le strutture ricettive non sono ancora riuscite a recuperare l’assenza degli stranieri e la riduzione del turismo business». La presidente di Federalberghi Paola Schneider tratteggia così la stagione estiva delle strutture ricettive nell’anno in cui il Covid-19 ha stravolto ogni piano e annullato gli affari della primavera e d’inizio stagione, lasciando tutti gli operatori in un grande stato di incertezza riguardo all’evoluzione del periodo estivo. Tuttavia, il virus non ha annullato né la determinazione degli imprenditori a reagire – trovando soluzioni a molti dei problemi generati dalla necessità di rispettare le regole anti pandemia – né la voglia di vacanza, in particolare degli italiani e dei locali, che hanno animato lidi e cime. «In montagna è andata bene, ad agosto i numeri ci sono stati e la stagione si è prolungata a settembre, soprattutto nei weekend, grazie a un tempo atmosferico favorevole – spiega la presidente -. Gli italiani si sono mossi e sono stati loro a connotare gli ospiti quest’estate. Gli stranieri, austriaci e tedeschi, si sono visti solo a settembre. Certo, non tutto il perduto si è recuperato ma, rispetto alle premesse di questa stagione, possiamo permetterci anche di vedere il bicchiere mezzo pieno». Per gli alberghi, la stessa dinamica si è registrata al mare, «con una stagione partita attorno al 10 luglio, buon agosto e una prosecuzione a settembre». Il Friuli Venezia Giulia è fatto però anche di città d’arte e dai capoluoghi in cui la ricettività alberghiera è un importante aspetto dell’economia. In questo contesto i risvolti della pandemia sono più accentuati. «Sono i centri che hanno subito di più le conseguenze del lockdown e delle limitazioni negli spostamenti – spiega Schneider -. Hanno risentito molto dell’assenza degli stranieri, potendo recuperare poco con gli italiani. Il calo dei pernottamenti per business ha fatto il resto. Certo, un po’ si è lavorato, ma si è lontani dai numeri pre Covid». Tuttavia, per ora «non abbiamo evidenza di chiusure definitive – sottolinea la presidente -. Ci sono realtà che hanno deciso di riaprire nel 2021 e dovremo verificare se ciò accadrà realmente. Gli investimenti attorno a un albergo, comunque, sono notevoli e credo che per ora permanga la volontà di resistere». Quanto alla stagione invernale, Scheneider non si sbilancia in previsioni. «Per ora navighiamo a vista, credo che chi terrà aperto a ottobre potrà avere qualche soddisfazione, ma proiettarsi oltre è difficile. Si respira un certo attendismo – rileva -, soprattutto in riferimento all’andamento del Covid-19».