Ti Lancio dalla Puglia 19 aprile 2026 – La partita per il futuro dell’ex Ilva entra nel vivo con un passo formale decisivo, ma apre contemporaneamente a forti interrogativi industriali e strategici. Federacciai, guidata dal presidente Antonio Gozzi, ha ufficialmente presentato la manifestazione d’interesse per gli stabilimenti del colosso siderurgico. L’iniziativa, sostenuta da un blocco omogeneo di quattordici grandi realtà della siderurgia nazionale — tra cui spiccano nomi come Arvedi, Duferco, Feralpi, Marcegaglia e Abs —, si concentra però esclusivamente sull’area a freddo dell’impianto di Taranto.
Accanto ai grandi gruppi, il fronte si completa con Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Ferriera Valsabbia, Lucchini, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel. Una formazione d’attacco compatta, che punta a salvaguardare la lavorazione a freddo (laminazione, rivestimento e trasformazione ad alto valore aggiunto) garantendo continuità alla filiera di consumo italiana.
Tuttavia, è proprio la circoscrizione dell’offerta al solo comparto “a freddo” a scatenare la reazione degli osservatori economici: l’area a caldo resta fuori.
L’intero comparto va salvato: evitare la morte del “caldo” e lo spezzatino del “freddo”.
L’area a caldo (altiforni e acciaieria) è da sempre il vero cuore pulsante del sito di Taranto: è qui che si genera il valore primario, la capacità volumetrica e la vera indipendenza strategica dell’acciaio italiano. È fondamentale che l’azione non si limiti a fare uno “spezzatino a prezzo di saldi” per rilevare la sola parte a freddo, lasciando morire la componente più importante e strategica rappresentata dal caldo. L’intero comparto deve essere salvato e valorizzato nella sua unitarietà.
Isolare la parte finale del processo rischia di trasformare Taranto in un semplice sito di trasformazione dipendente dall’importazione di materiale semilavorato (bramme) dall’estero, generando un concreto rischio di operazione a perdere per il Paese.
Privatizzazione dei profitti: le imprese rilevano le divisioni redditizie a prezzo di saldo, già pronte per il mercato e immuni da pesanti passività ecologiche.
Socializzazione dei costi e condanna dell’area primaria: l’area a caldo — gravata dall’enorme nodo della decarbonizzazione, dai costi d’investimento miliardari per la transizione verde e dal massimo impatto occupazionale e ambientale — rischia di rimanere priva di acquirenti privati, lasciata a morire o posta interamente a carico dello Stato.
Questo approccio frammentato riduce il valore complessivo dell’impianto a ciclo integrale, storicamente progettato per operare in sinergia. Tra le ipotesi che si profilano per la gestione dell’area a caldo rimasta “scoperta”.
L’intervento pubblico strutturale: lo Stato (tramite Invitalia o istituti dedicati) potrebbe dover gestire e finanziare la transizione tecnologica dell’area primaria (forni elettrici e impianti DRI), per poi rifornire di semilavorati la cordata privata.
Il player estero a prezzo d’occasione: un operatore internazionale potrebbe cogliere l’opportunità per rilevare l’area primaria a valori di liquidazione.
Non si esclude che la mossa di Federacciai sia una “testa di ponte” negoziale, per valutare un coinvolgimento nell’area a caldo solo a fronte di massicci contributi e garanzie pubbliche.
La cordata italiana ha dunque scoperto le sue carte, ma la partita resta tutt’altro che chiusa: senza una visione strategica che teli e rilanci l’intero comparto (sia l’area a caldo che l’area a freddo), il prezzo dell’operazione e la perdita di sovranità industriale rischiano di ricadere interamente sulla collettività.


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