CINEMA: ‘L’ULTIMO CALORE D’ACCIAIO’ DOCUMENTARIO CHE RACCONTA DA UN’ANGOLAZIONE POETICA LA DEMOLIZIONE DEL “MOSTRO DI SERVOLA” A TRIESTE

CINEMA: ‘L’ULTIMO CALORE D’ACCIAIO’ DOCUMENTARIO CHE RACCONTA DA UN’ANGOLAZIONE POETICA LA DEMOLIZIONE DEL “MOSTRO DI SERVOLA” A TRIESTE

L’opera di Francesco De Filippo (nella foto) e Diego Cenetiempo “scandaglia attraverso le immagini e i suoni in passaggio epocale tra l’industria pesante e il terziario avanzato”

Lo scorso giovedì 27 gennaio, nell’ambito della 33/a edizione del Trieste Film Festival, è stato proiettato, in anteprima assoluta, “L’ultimo calore d’acciaio” documentario fuori concorso di Francesco De Filippo, scrittore e giornalista, responsabile della sede Fvg dell’Ansa, e Diego Cenetiempo, regista, che racconta il passaggio dall’industria pesante – che ha caratterizzato la produzione del XIX e del XX secolo – alla logistica gestita da sistemi digitali. La storia è quella della Ferriera, il famoso impianto siderurgico del capoluogo del Friuli Venezia Giulia, chiuso dopo 123 anni e tanti passaggi di proprietà.

   “Il documentario – spiega De Filippo – è nato perché un giorno ho avuto la possibilità di entrare nella Ferriera, nel momento in cui era già cominciato lo smantellamento. Ho visto questo posto incredibile, sembrava lo scenario del film ‘The day after’ del 1984, oppure quello post esplosione manifestatosi a Beirut nell’agosto del 2020, una settimana prima che cominciassero i lavori di demolizione a Trieste. E lì ho pensato che andava fatto qualcosa. In casi come questi, però, non basta scrivere. Lì è balenata l’idea del documentario”. Ed è lì che è nata la collaborazione con Diego Cenetiempo: “Diego – ha sottolineato De Filippo – è riuscito nell’intento di riportare attraverso la telecamera quello che volevo che venisse ripreso. E alla fine è uscito un racconto”.

   Il primo quarto d’ora, così come anche l’ultimo, è tutta poesia, accompagnata dai rumori della demolizione; sono le immagini che per De Filippo, “parlano da sole, così forti e belle”. La parte intermedia è composta da interviste ai protagonisti in causa, tranne che a quelli della politica. “Anche perché il lavoro – specifica De Filippo – vuole raccontare in termini macroeconomici questo passaggio da una modalità di produzione incentrata sull’industria pesante, nella fattispecie siderurgica, con fiamme, temperature che arrivano a 1.400 gradi centigradi, condizioni di lavoro estreme, a una tipologia produttiva a impatto decisamente più sostenibile dal punto di vista ambientale, più silenzioso, quale è quello dei servizi”.

   La cultura della fabbrica: per De Filippo “la fabbrica non è un luogo chiuso ma un posto dove si crea socialità. In questi ambienti, forse anche a causa della durezza del lavoro, si viene a creare una forte coesione tra quelle che venivano chiamate le maestranze. Ed è questa la cultura che noi abbiamo toccato con mano nei giorni delle riprese”. “Gli intervistati – evidenzia Cenetiempo – in più di un momento del film, hanno gli occhi gonfi e lucidi e comunicano una sorta di commozione nei confronti dell’elemento fabbrica. Vero è che il passato si rimpiange sempre anche quando è più grigio del presente. Molti degli operai dicono di voler stare lì, qualcuno dice anche di sapersi adattare, ma la volontà che traspare resta comunque quella di rimanere in quel posto nonostante sia davvero simili all’inferno”.

   Prossimo appuntamento in programma al Cinema Ariston di Trieste venerdì 18 febbraio alle 18.30.

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