(Ti Lancio dal Friuli Venezia Giulia) Trieste 22 giugno 2026 – Esiste una forma di timidezza culturale, a tratti persino un pregiudizio, che spinge la società contemporanea a guardare ai grandi patrimoni religiosi e morali del passato con una sorta di sospettosa distanza. Spesso, nel dibattito pubblico, economico o civile, si preferisce la rincorsa a formule linguistiche straniere, a schemi manageriali asettici o a teorie sociali d’importazione, temendo che richiamare la propria tradizione identitaria possa suonare come un’ingerenza o un ritorno al passato.
Eppure, a guardare bene, compiere un atto di onestà intellettuale più audace ci rivela una verità lampante: prendere in prestito ciò che la nostra educazione cattolica ci ha portato in dote non è un ripiego confessionale, ma una straordinaria risorsa di senso. E, soprattutto, non può che farci bene.
La nostra “dote” cattolica non è un museo di dogmi polverosi, ma una cassetta degli attrezzi straordinariamente moderna per leggere la complessità del presente. Parole come solidarietà, sussidiarietà, bene comune, centralità della persona, ecologia integrale e l’idea stessa di un’economia basata sulla reciprocità e sulla fraternità, non sono nate dal nulla. Sono il frutto maturo di secoli di riflessione filosofica, teologica e pratica sulla convivenza umana.
Avere l’audacia dell’onestà intellettuale significa riconoscere che anche chi oggi si professa laico, agnostico o lontano dalla pratica religiosa, cammina su un terreno dissodato e reso fertile da quella precisa radice. Riconoscere questo debito culturale non limita la nostra libertà di pensiero; al contrario, la espande. Ci permette di attingere a concetti che mettono al riparo l’essere umano dalle derive dell’iper-individualismo, dell’egoismo di mercato e della solitudine sociale.
Prendere in prestito questa dote ci fa bene perché ci restituisce un vocabolario comune. Ci ricorda che l’impresa ha una funzione sociale, che la ricchezza ha senso solo se genera benessere diffuso, che la vulnerabilità non è uno scarto ma un luogo in cui esercitare la nostra comune umanità. In un mondo frammentato, che ha perso i propri punti di riferimento, recuperare la grammatica dell’educazione cattolica – intesa nella sua accezione più universale, alta e civica – significa riscoprire una bussola per orientarsi.Non dobbiamo avere paura di questo prestito. La cultura cattolica, nella sua storia migliore, è sempre stata una cultura dell’incontro e della sintesi. Tornare a frequentarla con mente aperta e cuore libero da preconcetti è il primo passo per costruire quella “civilizzazione dell’amore” di cui il mondo ha oggi disperato bisogno. È un esercizio di verità che ci rende più forti, più consapevoli e, in ultima analisi, profondamente più umani.


Leave a Reply