LAVORARE DA REMOTO AL SUD: È IL SOUTHWORKING, PER UN EQUILIBRIO FRA BUSINESS E BENESSERE

LAVORARE DA REMOTO AL SUD: È IL SOUTHWORKING, PER UN EQUILIBRIO FRA BUSINESS E BENESSERE

(Ti Lancio dalla Sicilia) Palermo 16 settembre 2022 – Secondo la multinazionale olandese Randstand, attiva nella selezione delle risorse umane, è arrivato il momento di scegliere lo smartworking nelle regioni dell’Italia meridionale.
Portare avanti una trattativa di business internazionale da un terrazzo che affaccia sulle Eolie o sul golfo di Palermo, gestire il customer care da una masseria salentina, progettare siti web o creare contenuti sul lungomare di Salerno o di Alghero.

Non è una provocazione campata in aria, ma il risultato di un’ampia indagine. In questo momento post-pandemia, il lavoro a distanza è una possibilità praticabile nel 77% delle aziende operanti in Italia e il 46% di queste prevede progetti che si possono portare avanti fra i 2 e i 5 giorni di lavoro remoto a settimana. L’altro lato della medaglia vede un panorama di offerte lavorative dislocate quasi totalmente al Nord (78%), mentre si registra un 14% nelle regioni del Centro e solo l’8% al Sud. La realtà attuale è che nel 2021 sono stati 2,9 milioni i lavoratori da remoto almeno un giorno a settimana, il doppio rispetto al 2019. Non molto, rispetto ad altri Paesi: in Europa la media di lavoro agile è il 5,4%. Ma per molti esperti è un trend che non si ribalterà. 

La novità? Il south working: lavorare da remoto, da Roma in giù, isole comprese. 
Già definito come ‘Fase 2’ dello smartworking, secondo Marco Ceresa, Group Ceo di Randstad, il ‘lavoro al Sud’ contribuisce a “favorire lo sviluppo nelle aree più fragili del Paese, cercando di trovare anche quelle competenze e quelle risorse preziose che sempre più si fa fatica a trovare nel Nord del Paese”. Non solo: può garantire “il bilanciamento vita-lavoro alle persone e sostenere l’indotto locale”.

Naturalmente sono necessarie delle premesse tecnologiche e logistiche. Ceresa le riassume con “la creazione di un’adeguata infrastruttura digitale, spazi adeguati e uno sforzo multilaterale tra aziende, agenzie per il lavoro, Comuni di riferimento e atenei universitari”. 
(MARIFRE)

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