(Ti Lancio dalla Cina) Pechino 29 giugno 2026 – La Cina ha avviato una radicale e massiccia ristrutturazione della propria offerta accademica. L’obiettivo del governo di Pechino è chiaro: allineare l’istruzione superiore alle priorità strategiche della nazione, eliminando migliaia di corsi di laurea considerati ormai obsoleti a favore di nuovi programmi interamente focalizzati sulle tecnologie di ultima generazione.
Questa imponente campagna di riforme risponde a una duplice urgenza per la presidenza di Xi Jinping, Corsa alla leadership globale: accelerare per dominare le “industrie del futuro” (intelligenza artificiale, semiconduttori, computazione quantistica e automazione avanzata). Emergenza occupazionale: risolvere una grave crisi del mercato del lavoro giovanile che sta lasciando milioni di neo-laureati in difficoltà.
Secondo i dati del ministero dell’Istruzione cinese, ripresi in un’approfondita inchiesta del South China Morning Post, tra il 2021 e il 2025 gli istituti di istruzione superiore del Paese hanno revocato o sospeso 12.200 corsi di laurea triennale e magistrale, introducendone contestualmente 10.200 di nuova concezione.
Ciò significa che oltre il 30% dei programmi universitari dell’intero Paese è stato modificato o rimpiazzato in un arco di tempo ridottissimo. Discipline umanistiche, manageriali o tradizionali giudicate non più in linea con il mercato odierno stanno lasciando il posto a ingegneria dei dati, robotica e scienze dei materiali.
Il paradosso del boom dei laureati e la crisi del lavoro.
La transizione sta avvenendo nel momento di massima pressione demografica sul sistema universitario. Quest’estate è atteso il record storico di 12,7 milioni di nuovi laureati, un incremento del 4% rispetto all’anno precedente.
Tuttavia, ad attenderli fuori dalle aule c’è un mercato del lavoro asfittico e un forte disallineamento (mismatch) tra le competenze offerte dalle università e quelle richieste dalle aziende.
Il tasso di disoccupazione giovanile si attesta intorno al 16%, una cifra che fotografa il disagio di una generazione che ha investito risorse immense nell’istruzione per poi ritrovarsi senza sbocchi professionali adeguati.
Verso l’autosufficienza tecnologica.
Il rimpasto accademico dimostra come Pechino consideri l’università non solo come un luogo di emancipazione o cultura generale, ma come un tassello fondamentale della propria catena di montaggio industriale e tecnologica. Di fronte alle crescenti restrizioni commerciali e geopolitiche imposte dagli Stati Uniti e dai partner occidentali, l’autosufficienza tecnologica è diventata una questione di sicurezza nazionale per la Cina.
Riconvertire il 30% delle università significa tentare di trasformare, nel giro di pochissimi anni, milioni di potenziali disoccupati nei soldati di prima linea della prossima rivoluzione industriale. Resta da capire se il tessuto economico privato saprà assorbire questa virata ingegneristica di massa o se l’imbuto occupazionale continuerà a stringersi.


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