TECNEST RIDEFINISCE I CONFINI DELLA CULTURA DIGITALE, PETTARIN: ‘SIAMO IN UNA NUOVA ERA’

Tecnest, azienda tecnologica con sedi a Tavagnacco e Milano, ha chiuso un inimmaginabile 2020: con sette nuove assunzioni, inserimenti avvenuti in periodo di piena pandemia e conseguenti al lockdown. L’impresa, guidata dal presidente, Fabio Pettarin, non ha fatto ricorso alla cassa integrazione per i suoi oltre 60 collaboratori, adottando politiche di welfare, a livello trasversale aziendale, oltre che con azioni ad personam. Nuove commesse per quasi 1 milione di euro. Il 2021 sta disegnando i contorni di un Italia più digitale, moderna e forse finalmente pronta ad accogliere un cambiamento epocale sulla percezione e sull’applicazione della tecnologia in modo strategico e sistematico guardando verso un unico obiettivo comune di crescita.

“Ci troviamo in una nuova era quella a cui saremmo approdati forse, fra qualche anno, se la pandemia non avesse cambiato ed accelerato i nostri paradigmi. Ce ne stiamo accorgendo solo oggi. Gli equilibri dell’economia globalizzata, della sostenibilità, del gap di competenze e conoscenze, stanno tutti vacillando, ma non in senso assolutamente negativo. Anzi. Il ciclo pandemico, in generale ed in particolare nel nostro settore, ha portato ad un’accelerazione incredibile dell’innovazione e dello sviluppo digitale. Le esigenze delle aziende stanno cambiando radicalmente. Oggi, chi non è al passo della digitalizzazione con i vantaggi che questa può portare, rischia di andare in difficoltà se non di fermarsi”.

Ad affermarlo è Fabio Pettarin, Presidente di Tecnest, azienda tecnologica friulana, impegnata da oltre 30 anni  nell’ottimizzazione dei processi logistico-produttivi che guarda all’Italia di un futuro ormai prossimo, dove il digitale sembra destinato (finalmente) a diventare un asset strategico e di sviluppo di primaria importanza anche per le aziende manifatturiere.

A rafforzare questa ipotesi non solo i fondi del Recovery Fund, ma anche il deciso cambio di passo impresso dalle fortissime perturbazioni di mercato dettate dalla pandemia che costringono ora aziende e imprenditori del manifatturiero a collocare la digitalizzazione all’interno di un piano generale di sviluppo.

Le importanti disponibilità previste e messe a disposizione dal Recovery Fund, potranno servire per cambiare in modo decisivo la cultura industriale. Per crearne una nuova.

“Quando si parla di Recovery Fund – prosegue Pettarin – penso alla opportunità unica e irripetibile, di poter accedere a ingenti somme di denaro che, se ben utilizzati in progetti ed investimenti concreti, ci consentiranno di imprimere un altro peso sull’acceleratore a questo processo di cambiamento già così fortemente in atto. Penso che questo nuovo Governo guidato da Mario Draghi possa fare bene, sperando che la politica o meglio la partitica, non interferisca sul cambio di passo, ma si allinei e lo appoggi’.

“Ma, oltre agli aspetti tangibili, la nuova cultura che sta nascendo potrà sicuramente aiutarci a colmare il gap della competitività; un recupero che non è solo di tipo culturale, ma storico, antropologico e sociale: siamo tutti cambiati o costretti a cambiare in questo nuovo mondo. E mi auguro in meglio”. “Imparare dal passato è necessario, ma non è più sufficiente; dobbiamo essere consapevoli però, che il cambiamento non avviene solo fuori di noi, ma dovremo soprattutto essere in grado, con consapevolezza di cambiare noi stessi, come persone ed azienda”.

L’Italia potrà divenire quindi più competitiva, con la digitalizzazione, come sistema Paese.

“Sappiamo bene che l’Italia, in tema di digitalizzazione, è ancora indietro. Certamente faremo passi in avanti sulla nostra competitività in Europa o nel mondo. Ma, se ora andiamo più veloci, i Paesi intorno a noi, lo sono ancora di più. Pertanto, il gap non è colmato. Il divario rimarrà tale”.

“Da parte nostra, le richieste di ottimizzare e digitalizzare i processi logistico-produttivi, che ci provengono dai nostri clienti – continua Pettarin – sono notevolmente aumentate. L’industria, in special modo, quella in ambito manifatturiero, è obbligata a cambiare pelle. Pena: essere fuori dal mercato competitivo di oggi, del qui ed ora. La digitalizzazione dei processi, anche e soprattutto di quelli logistici-produttivi, è oramai un imperativo. Tecnest è in grado di rispondere a queste nuove esigenze. Noi ci siamo”.

PAOLETTI, CCIAA VENEZIA GIULIA: ‘IL FVG, LUOGO DI RIFERIMENTO PER LA SOCIETA’ DEL FUTURO’

Intervista di Luigi Putignano

Un territorio, quello della Venezia Giulia che appare sempre più una moderna area metropolitana che custodisce identità ben distinte ma che dialogano in maniera più smart ed efficiente. Questi in breve in numeri dell’area in questione: in rapporto alla popolazione, le imprese della Venezia Giulia generano un fatturato superiore del 31% alla media regionale, con investimenti in crescita del 62% negli ultimi 5 anni; la logistica e il trasporto navale sono un asset strategico, con Gorizia e Trieste prime Province d’Italia per export della cantieristica navale (45% del totale nazionale) e Trieste primo porto per movimentazione merci e “Città della Scienza”, con centri di ricerca e formazione di eccellenza e 37 ricercatori ogni 1.000 abitanti.

Uno degli esempi più performanti di questo territorio è certamente la Camera di commercio della Venezia Giulia, diventata pienamente operativa il 28 ottobre 2016, e nata dall’accorpamento tra le Camere di Commercio di Trieste e di Gorizia; “Ma la sua gestazione – ha spiegato il presidente dell’ente camerale, Antonio Paoletti – ha un trascorso decennale”. “Per scelta, con volontà collaborativa e progettualità – ha proseguito – abbiamo voluto unire due territori geo-economicamente unici quanto omogenei, fondendo le istituzioni e le imprese. Abbiamo inteso ratificare con l’ufficialità figlia della fusione delle Camere di Commercio una collaborazione intensa che è sempre esistita, ma che trova ora in un unico coordinamento operativo e di indirizzo l’efficacia delle azioni”. A Paoletti abbiamo rivolto alcune domande che spaziano dalla crisi politica del Paese alle prospettive dell’area giuliano al 2025.

Cosa ne pensa della crisi politica di queste settimane? E della soluzione Draghi?

La politica deve fare sistema nell’interesse del Paese. Con una figura dello spessore di Mario Draghi questo fare sistema trova una legittimazione che diventa  programma e obiettivi da raggiungere. Siamo stati messi in ginocchio da una emergenza sanitaria che ha una data di inizio, ma non una di fine, quindi vanno messe in atto tutte le azioni indispensabili a sostenere i vari settori economici, con una concreta attenzione a quei settori che si sono fermati completamente per mesi, ovvero il terziario, il turismo e la ristorazione. Comparti che danno lavoro a moltissime persone che viste le chiusure hanno subito un duro e immediato stop alle entrate familiari. Serve una pace sociale fondata sul lavoro, sugli investimenti per generare produzione e servizi, per sostenere chi è in difficoltà ma ha possibilità di ripresa. Ragionamenti che una persona come Draghi ha la forza di concretizzare.

Parco del Mare: perché é importante per Trieste e il Fvg?

Dopo 15 anni abbiamo inteso far parlare i fatti, ovvero gli investitori che hanno presentato un progetto e una proposta concreta di partenariato pubblico-privato per la realizzazione del Parco del Mare di Trieste. Finalmente Trieste avrà il suo grande attrattore collegato al mare, grazie a una condivisione unica di intenti tra il privato e il pubblico, in un momento storico in cui si intende dare speranza e tracciare il futuro socio-economico di questi territori, con ricadute di indotto turistico per tutto il Friuli Venezia Giulia.

Una visione per la costruzione del futuro che ha ricevuto la piena condivisione della Regione Fvg, del Comune di Trieste e dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, affiancate alle tre imprese promotrici del progetto, ovvero Icop Spa, Costa Edutainment Spa e Iccrea BancaImpresa.

A concludere definitivamente l’architettura finanziaria mista pubblico-privato, è il contributo di 8 milioni di euro confermato e inserito a bilancio dalla Regione che va ad affiancare la quota di finanziamento della Camera di Commercio Venezia Giulia. Il Parco del Mare andrà a riqualificare urbanisticamente un’area abbandonata a poche centina di metri da piazza dell’Unità d’Italia e che ora costituisce un pessimo biglietto da visita per le centinaia di migliaia di crocieristi che attraccano alla Stazione Marittima.

Tessuto commerciale in sofferenza per la pandemia: quali le ricette da mettere in campo da subito e dopo la buriana?

Occorre intervenire subito per mettere in sicurezza le imprese in maniera che possano ripartire e lavorare. Per far questo bisogna dilazionare nel tempo tutti i pagamenti che finora sono stati soltanto rimandati, dalle bollette alle tasse comunali, regionali e statali. E anche per le scadenze relative ai muti e ai prestiti avuti non si possono rimandare di tre mesi in tre mesi. Bisogna dare alle imprese un lasso di tempo sufficiente per potersi riprendere. E così facendo si metteranno in sicurezza anche i posti di lavoro. Allora si che potremo salvare l’economia. Altrimenti sarà dura.

Porto di Trieste sempre più in sinergia con Monfalcone e collegato all’interporto di Cervignano (Udine) e a quello di  Pordenone, spinta per il 2021 allo sviluppo della zona franca retroportuale di FREEeste: quali sono gli scenari prossimo futuri in Venezia Giulia? Se n’è parlato da poco con autorevoli esperti che ne hanno delineato gli scenari nel 2025: una sua considerazione.

Sul fronte della logistica, lo scorso 29 ottobre c’è stato il passaggio delle aree di proprietà dello scalo e dell’Azienda speciale per il porto di Monfalcone dall’Ente camerale all’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico Orientale. Un risultato direi fondamentale per aumentare la competitività del territorio e la sua interconnessione logistica.

Su FREEste, la Camera di commercio c’è sempre stata fin dalla partecipazione con 1 milione di euro all’aumento di capitale di Interporto Trieste utilizzato per dar vita al sito. Ora serve però che venga definitivamente risolta la questione della piena attivazione dei vantaggi del punto franco.

Sempre sul fronte della logistica, va ricordato l’ingresso del Comune di Gorizia, proprietario al 100% dell’Interporto di Gorizia-Sdag, in Interporto Trieste. Si tratta, certamente, di una piccola quota azionaria, ma di grande significato.

Infine, l’Ente camerale ha sostenuto l’integrazione dei Consorzi di garanzia fidi, strumenti fondamentali in questo periodo pandemico al sostegno delle imprese. Abbiamo sempre pensato che una economia in cresciuta deve fornire adeguati sistemi di sostegno finanziario alle imprese. Per tale ragione, sempre in questo difficile 2020, siamo arrivati alla fusione dei Consorzi di garanzia fidi di Gorizia e di Trieste in quello della Venezia Giulia.

Per quel che concerne il futuro, è emerso dalla presentazione nelle scorse settimane dello studio “Venezia Giulia 2025. Strategie e azioni per la competitività della Venezia Giulia” realizzato dalla Camera di commercio Venezia Giulia in collaborazione con The European House – Ambrosetti, una visione della Venezia Giulia intesa come laboratorio del cambiamento.

L’analisi ha permesso di identificare quattro competenze distintive su cui incentrare la strategia competitiva del territorio: logistica e navalmeccanica, commercio, scienza e innovazione, turismo. A queste competenze corrispondono nove linee di indirizzo per lo sviluppo della Venezia Giulia, tra cui: integrare la specializzazione sulla Logistica e Navalmeccanica; consolidare il ruolo strategico del territorio come piattaforma logistica integrata del centro Europa, potenziando il ruolo del Porto di Trieste; rafforzare l’attrattività verso i turisti (anche grazie alla leva del futuro Parco del Mare a Trieste) e i giovani talenti; valorizzare le vocazioni di Gorizia e Monfalcone rispettivamente su commercio e su nautica di lusso e refitting; ottimizzare e monitorare la capacità di innovazione delle eccellenze presenti; organizzare un innovativo «Festival del Cambiamento» a cadenza annuale per affermare la Venezia Giulia come luogo di riferimento dello studio e discussione delle trasformazioni dei territori e delle società del futuro.

Infine, stiamo lavorando concretamente alla possibilità di creare nel nostro territorio una “zona logistica speciale rafforzata” di carattere regionale, possibile grazie al fatto che l’infrastruttura logistica ed economica è ormai matura per questo ulteriore salto. Un balzo che la Camera di Commercio intende sostenere sotto tutti i punti di vista”.

MOLO17 INVENTA SIMULATORE INFORMATICO PER FORMARE RADIOLOGI. ALLEANZA CON L’UNIVERSITA’ DI UDINE

 

L’alta formazione del Friuli Venezia Giulia trova “in casa” risposte tecnologicamente all’avanguardia e del tutto inedite per le proprie necessità dalle aziende hi-tech del territorio. È il felice connubio creatosi tra l’Università di Udine e MOLO17, la software house di Pordenone che ha sviluppato una soluzione innovativa per consentire agli studenti del corso di laurea triennale in Tecniche di Radiologia dell’ateneo di Udine di poter simulare esami ed esercitazioni e approdare così molto più preparati alla pratica vera e propria. “L’addestratore simulato – afferma Rossano Girometti, coordinatore del corso di laurea in Tecniche di Radiologia medica – aiuta rendere automatica l’esecuzione di procedure complesse come la tomografia computerizzata”. I docenti avevano bisogno di un modo più sicuro e più disponibile per far allenare i futuri tecnici di radiologia all’uso degli scanner TC, prima che essi partecipino ai tirocini su pazienti dal vivo. L’utilizzo di veri scanner TC con fantocci didattici non è sempre possibile, infatti, a causa dei limitati periodi di utilizzo degli scanner a uso didattico. Inoltre, l’Università voleva ridurre i rischi sui pazienti reali e abbattere lo stress che si genera in fase di apprendimento se si opera in ambito clinico reale. Dato il problema, MOLO17 lo ha risolto creando, con il motore 3D Unity: «Un ambiente sicuro in cui sperimentare esami TC simulati che includono sia lo scanner TC virtuale, completo di software di controllo sulla sua console, sia un iniettore remoto di liquido di contrasto, un paziente virtuale con interazioni realistiche, e la possibilità di usare vere immagini Dicom per mostrare i risultati di un vero esame TC», spiega l’amministratore delegato Daniele Angeli. Il sistema, inoltre, può essere personalizzato autonomamente dai docenti, realizzando esercizi che possono essere creati con immagini Dicom fornite dagli stessi insegnanti e, con una conoscenza base del linguaggio Json, utilizzato per descrivere l’esame clinico. In questo modo è possibile la personalizzazione dell’esperienza secondo quanto ritenuto adatto per gli studenti. In virtù della soluzione creata da MOLO17 gli studenti, in sostanza, sperimentano le proprie abilità in completa sicurezza su pazienti virtuali che corrispondono però a veri casi clinici forniti dall’Ospedale Universitario di Udine. Possono simulare casi clinici rari più e più volte, arrivando al tirocinio vero e proprio con una solida conoscenza dell’uso della macchina TC e con la possibilità di potersi concentrare su ciò che è impossibile simulare al computer, a partire dalla relazione con il paziente. «Per la nostra azienda – conclude Daniele Angeli – è stata una scommessa che siamo sicuri di vincere, perché sono proprio soluzioni come questa che riescono a mitigare, se non addirittura a risolvere, molte delle problematiche tipiche degli addestramenti in ambienti complessi come quello ospedaliero. La nostra intenzione non è sostituire l’aspetto umano del tirocinio ma agevolarlo smarcando gli aspetti tecnici e stimolare l’attenzione a dettagli procedurali per garantire standard sempre più alti di servizio.”

Chi è MOLO17: fondata nel 2015, una software house con sede a Pordenone. La sua mission è quella di rappresentare un partner di riferimento per le aziende che vedono la tecnologia come strumento per innovare e migliorare le proprie attività. 

MEROI (ALFA SISTEMI): ‘LA PRIORITA’ E’ IL BENESSERE COLLETTIVO. L’IMPRESA DEVE FAR STARE BENE LE PERSONE’

Lui è Ferruccio Meroi (foto di AnnaAirone), presidente e amministratore delegato di Alfa Sistemi, azienda tecnologica con sede a Udine, uffici in Asia: 100 dipendenti e 7,5 milioni di fatturato (a fine 2020, con un + 8% rispetto al precedente anno). Una laurea in Lettere moderne, un intenso percorso professionale nel campo dell’informatica e dell’organizzazione, alcune esperienze manageriali in aziende multinazionali, ed oggi alla governance di una società tecnologica che ha fondato a Udine nel 1995, con core business in system integration e consulenza applicata all’implementazione di soluzioni Ict: Information and communications technology. 

Un ‘umanista’ alla guida di una società che si occupa di tecnologia? Evenienza considerata illuminata negli Stati Uniti. 

La preparazione sociologica e umanistica si accompagna, nel mio caso, alla competenza tecnologica e dei processi aziendali. Certamente, questo tipo di formazione aiuta nell’aspetto umano del business: ovvero scelta e motivazione dei collaboratori, ascolto e presa in carico delle loro necessità ed aspirazioni, gestione dei rapporti con i clienti e col mercato in generale, la capacità di chiedersi sempre “il perché” dei fenomeni che osserviamo. I valori che trascendono la mia azienda, e che vanno oltre ogni tipo di preparazione, sono però: credibilità, competenza e affidabilità, ai quali aggiungerei, passione e coraggio. Tutto ciò ha portato oggi Alfa Sistemi ad essere quella che è. Sono 25 anni che mi occupo della gestione d’impresa, con una particolare attenzione alla crescita ed all’occupazione.

Una ‘impresa’ impegnativa?

Esiste un particolare clima culturale in Italia che percepisce l’impresa come qualcosa di ostile e nocivo, che inquina l’ambiente, oppure che sfrutta i lavoratori, genera lavoro precario, magari evade le tasse e sicuramente si arricchisce alle spalle del lavoro. Noi invece crediamo che l’impresa sia una risorsa fondamentale e positiva per la società, che contribuisce alla creazione di lavoro e di Pil “buono”, contribuendo al benessere collettivo

Che cosa è per lei il successo?

Penso che sia la realizzazione di una idea, di un sogno. La soddisfazione personale è certamente una prima conseguenza, ma questo non basta, vi è qualcosa di più profondo: la consapevolezza di aver portato un valore ed un beneficio, anche piccolo, alla collettività che ci circonda ed alla società in generale. In sintesi il successo per me è lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato.

Come ha vissuto questo ultimo anno?

Nell’anno che il rapporto del Censis definisce come “l’anno della paura nera” abbiamo sicuramente avuto, come azienda, anche momenti di incertezza, dai quali però siamo stati in grado rialzarci e trovare le risorse morali e materiali per ricostruire un clima di normalità. Ricorrendo a strategie e processi interamente nuovi e mai sperimentati prima.

Il ruolo sociale dell’impresa, con il lavoro, è oggi fondamentale più che mai, non trova?

Certamente. In questo particolare momento, e nel periodo che seguirà, è fondamentale che l’impresa abbia un ruolo positivo nella società, si rafforzi il suo ruolo di comunità all’interno della quale nessuno deve sentirsi solo. L’interesse collettivo, della comunità, deve prevalere sul puro tornaconto individuale; i valori di coesione, impegno, coraggio devono poter contaminare positivamente l’ambiente e la società che ci circonda alleviando il clima di paura e di incertezza.Dobbiamo pensare che se la società sta bene, stanno bene le imprese, e di conseguenza sta parimenti bene anche il singolo individuo. Se viceversa la società sta male, non c’è beneficio per nessuno.

Si pone anche il tema ambientale, come concetto del ‘ben stare‘ della società?

Certamente. Il tema ambientale, visto in stretta correlazione ed integrato con altri aspetti, come: piena occupazione, istruzione, cultura, nuovo sistema di valori, infrastrutture, tecnologia, avrà un ruolo determinante nel miglioramento del benessere dell’intero sistema Paese.

Cosa ne pensa del momento che stiamo vivendo?  

Quando il Covid finalmente se ne andrà, lascerà nel nostro Paese una scia di macerie; forse, guardando gli aspetti positivi, la pandemia ci costringerà a prendere decisioni che, fino ad ora, non abbiamo avuto il coraggio di portare avanti. Ovvero ed anche, di passare dagli aiuti a pioggia e dalle spese per finanziare le spese correnti, agli investimenti mirati. Il Recovery Fund può essere l’occasione per prendere queste decisioni, forse l’ultima chiamata; dobbiamo essere in grado di gestire la selezione e la priorità dei temi da trattare per rendere il Paese più moderno e competitivo. Pensiamo alla digitalizzazione del Paese, alla modernizzazione del sistema produttivo, alle grandi infrastrutture, che accorcino ad esempio la distanza Nord-Sud, al sistema della formazione, alla sanità. Occasione ad esempio per ripensare al ruolo delle imprese come risorsa della società, magari aiutandole a crescere ed aggregarsi, e non come a un nemico da combattere.

Come giudica l’Italia dal punto di vista della digitalizzazione?

L’emergenza pandemica ha messo in luce, prepotenti, le debolezze sistemiche del nostro Paese in termini, ad esempio, di connettività, infrastrutture, strumenti digitali, sistemi informativi territoriali; il confronto con gli altri Paesi, non solo dell’Europa e del Nord America, ma perfino dell’Asia è impietoso e merita una riflessione profonda sulle scelte strategiche di politica industriale.

Quali, a suo avviso, le prossime sfide della nostra economia sociale?

La pandemia oltre che aver incrementato la forbice tra le consuete categorie dei ricchi e dei poveri, aumentandone notevolmente il numero, ha messo in luce una contrapposizione assolutamente nuova tra l’insieme, definito dal rapporto Censis, dei “garantiti” e dei “non garantiti”, ovvero coloro, i primi, che hanno un reddito garantito, e questi ultimi che non ce l’hanno. Durante i diversi lock down conseguenti la pandemia, tanti fra questi “non garantiti” sono diventati “più poveri dei poveri”. Penso che sia nostro compito e dovere impegnarci a fondo per ridurre questo divario, e migliorare il benessere complessivo della società. Infine: modernizzazione, occupazione, meritocrazia, ambiente, formazione possono contribuire a raggiungere questo risultato.

Zeno D’Agostino: ‘PORTO DI TRIESTE AL CENTRO DEGLI INTERESSI GLOBALI’. RECOVERY FUND: ‘SONO PREOCCUPATO ANCHE COME CITTADINO ITALIANO’

di Luigi Putignano

Quasi 62 milioni di tonnellate di merce movimentate nel 2019, delle quali poco più di 43 milioni rappresentate da rinfuse liquide, in larga parte petrolio, che ne fanno il più importante scalo petrolifero del Mediterraneo e uno dei più performanti d’Europa. Il porto di Trieste, primo scalo del Paese, è in forte crescita e sta assumendo sempre più importanza a livello globale per il suo essere incuneato nel centro dell’Europa, per i suoi fondali che permettono l’arrivo delle super porta container dal Far East, tanto da aver attirato le attenzioni della Cina e dell’anseatica Amburgo, uno dei principali hub portuali continentali. Oggi il contesto politico nazionale potrebbe minarne la crescita, a causa dei grandi punti interrogativi sul Recovery Fund, nel quale lo scalo internazionale del capoluogo del Friuli Venezia Giulia ha un ruolo da protagonista. Ne abbiamo parlato con Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità di sistema portuale del mar Adriatico orientale, inserito, da Forbes, nella lista dei 100 migliori manager italiani del 2020.
“Le preoccupazioni per Trieste relativamente al Recovery Fund – ha spiegato D’Agostino – sono molto fondate, direi assodate. Nel testo si parla di 388 milioni che riguardano progetti ben specifici che abbiamo presentato, in tutte le forme gradite a Bruxelles, in termini di impatti sulla sostenibilità, sull’occupazione. Le cose che ci sono su Trieste sono molto concrete. Ora, alla luce di quanto sta accadendo dal punto di vista politico nello Stivale, bisogna capire che fine fa il piano”.

Sostenibilità significa anche elettrificazione delle banchine, per ridurre l’impatto del lavoro portuale sulla città e sui lavoratori portuali, e potenziamento della logistica su ferro. 
“C’è un progetto complessivo che riguarda tutti i porti, Trieste compresa, sulla questione dell’elettrificazione delle banchine, con circa un miliardo che viene messo sul tavolo dallo Stato, attraverso il Recovery.  Poi c’è tutta la componente ferroviaria: abbiamo già circa 200 milioni di finanziato sul ferroviario ma ne abbiamo ancora bisogno perché con la crescita esponenziale e anche dimensionale del porto deve progressivamente crescere anche l’infrastruttura ferroviaria di queste nuove aree che andiamo a sviluppare. Si tratta di una serie di progetti che stiamo preparando da giugno e che abbiamo già pronti da fine agosto. Che dire, la questione Recovery Fund è avvolta da un grosso punto interrogativo che mi pongo non solo da presidente del porto ma anche da cittadino italiano”. 

Il 2019 è stato l’anno del memorandum con la Cina, poi tutto sembra essersi arenato…
“Con la Cina noi abbiamo inaugurato un modus operandi che poi gli altri hanno detto che bisognava applicare, vale a dire quello della reciprocità. Con la Cina abbiamo messo in piedi un discorso che prevedeva progetti sia in Cina che in Italia. Non abbiamo visto tanti progressi sul suolo cinese e quindi, giocoforza, nemmeno in Italia. Quindi la critica per cui Trieste si è venduta o altre corbellerie del genere è stata smentita dal fatto che noi siamo stati quelli che per primi sono riusciti, pur nel loro piccolo, a chiedere al soggetto cinese che si partisse con dei progetti specifici in Cina. Su questo punto, devo dire, c’è stata una piccola ripresa a fine 2020, soprattutto sul tema della filiera del vino. Ed è li che misuriamo il nostro progetto sulla Cina, il resto sta anche alla trattative che fanno i privati. Noi siamo piccoli nel contesto globale ma le idee le abbiamo chiare e siccome abbiamo un patrimonio prezioso che è oggi Trieste, il suo porto e la sua collocazione a livello globale che comincia ad avere da qualche anno un’importanza rilevante, lo mettiamo sul tavolo delle trattative. Io non ho mai avuto dubbio su questo, magari è qualcun altro che ne ha sulle nostre capacità di dialogare.

Mentre con la Cina le cose appaiono più complicate, con i tedeschi di Hamburger Hafen und Logistik le cose sono andate avanti molto velocemente.
“Noi ragioniamo a livello tecnico e oggettivo. Ed è oggettivo che sono maggiori le difficoltà nel poter garantire un passaggio tranquillo di una golden power relativa a un’annessione o un acquisto di una struttura strategica per il Paese da parte di un soggetto cinese all’interno dello scalo di Trieste potrebbe provocare molti più problemi rispetto a una golden power sui tedeschi, come poi in effetti è avvenuto. Ed è una cosa risaputa, che noi tecnici comprendiamo, che i tedeschi di Amburgo per l’ingresso nella piattaforma logistica triestina hanno ottenuto il beneplacet abbastanza rapidamente perché soggetto comunitario”.

Intanto per quel che riguarda il prossimo futuro quali sono gli scenari e gli obiettivi?
“Una cosa che va detta e su cui noi lavoriamo sempre ma che non appare così scontata e che spesso va comunicata è che noi oggi abbiamo un sistema complessivo fatto si dal porto di Trieste, ma anche dagli interporti, dalle zone industriali – noi siamo al 52% nel Consorzio di sviluppo economico locale dell’area giuliana (Coselag) e io ne sono il presidente – dal porto di Monfalcone, abbiamo aree di punto franco che sono appetibili. Quindi è da lì che arriveranno le grandi novità nel corso del 2021. Anche perché il porto adesso ne ha di cose da fare, tra ungheresi all’ex Teseco per il terminal multi-purpose su un’area da 32 ettari, accordo di programma della Ferriera, e ampliamento del molo settimo. Insomma in porto ci sono così tante cose da fare che spero che ulteriori novità non arrivino. Non va quindi sottovalutato tutto quello che sta accadendo a livello di trasporti, di zona industriale e a livello di FREEeste, la nuova zona franca del porto di Trieste che sorge a Bagnoli della Rosandra. Ed è probabile che arriveranno proprio di lì le principali novità del 2021. Nella nuova zona franca abbiamo portato avanti attività logistiche, i magazzini sono pieni, ma non è quello l’intento, perché lì vogliamo fare anche attività industriale”.

Il collegamento con Pordenone ha reso ancora più evidente l’importanza delle connessioni con un retroporto che diventa sempre più interconnesso. Si può definire il Friuli Venezia Giulia come la grande piatta logistica del porto, definita così nei giorni scorsi dal governatore Massimiliano Fedriga?
“Penso che sia una gran bella cosa quando un governatore fa un ragionamento di questo tipo, perché è evidente che c’è un totale allineamento da tutti i punti di vista, sia di chi ha in qualche modo l’onere e la responsabilità di governo di tutta la regione e di chi come noi deve gestire i punti fondamentali di questo sistema. Quindi l’altro giorno in Camera di commercio, a Trieste, ero felice di ascoltare da Fedriga. Non è scontato vedere un allineamento di questo tipo. Da soddisfazione. E, mi permetto di dire, che la da anche agli esperti venuti da fuori Regione che, l’altro giorno, hanno assistito all’incontro organizzato dalla Camera di commercio della Venezia Giulia e The European House – Ambrosetti sulle strategie e le azioni per la competitività della Venezia Giulia al 2025.
Tutti i partecipanti hanno enfatizzato il ruolo dello sviluppo logistico della Regione. Non mi sembra fosse così scontato sei anni fa. Oggi è diventato un mantra un po’ per tutti ed è una grande soddisfazione”.